Diario in Rose: al via la Competizione
| DIARIO DEI FESTIVAL |

20 febbraio, giorno 2,
si è conclusa la prima giornata di competizione al Festival di Mons e gli spunti per il dibattito sono già molti e tutti estremamente interessanti. Ecco il motivo per cui questo post è redatto a quattro mani con Alexine, a suo modo Solita Sognatrice e mia compagna di avventure. Alexine è presente al Festival di Mons e si occupa di partecipare agli incontri con gli autori e ai workshop proposti dall’organizzazione. In questa sede Alexine ci racconta dell’incontro tenutosi ieri con Rashid Mashawi, importante cineasta Palestinese, in questa manifestazione membro della giuria.
Mashawi è il solo cineasta che vive e lavora nei territori occupati nonostante la censura. Nel 1996 fonda a Ramallah (Cisgiordania) un Centro di Produzione e di Distribuzione Cinematografica (CPC) il cui obiettivo è quello di creare una sala cinematografica itinerante per i bambini Palestinesi che lotti ogni giorno per la propria esistenza nonostante gli impedimenti imposti da Israele. Durante l’incontro Mashawi ha ripercorso brevemente la difficile storia della Palestina, che tutti più o meno conosciamo, e ha fatto una breve panoramica sulla situazione del cinema nel suo Paese. Senza dubbio la Palestina ha questioni più ingombranti da gestire rispetto alla problematica “cinema”, ma è evidente che anche questo aspetto riflette le difficoltà di un territorio estremo.
In Palestina si producono quattro o cinque film l’anno che solitamente non hanno visibilità all’estero, se non all’interno del circuito dei Festival. Nel territorio non esistono fondi o case di produzione e la distribuzione è prevista in un’unica sala. E’ evidente che la fuga è l’unica speranza per chi desidera fare cinema. Tuttavia il programma portato avanti da Mashawi lavora proprio in senso opposto, guarda verso l’interno. Peraltro questa tendenza si riflette anche sulla tipologia stessa di film ultimamente prodotti. Più intimisti, più rivolti alla quotidianità, leggermente distanti da quel prodotto di propaganda militante che il contesto per natura necessita. Speriamo di vederne presto i risultati in qualche Festival.
Per quanto riguarda la competizione, invece, la visione dei primi tre film in gara rivela in parte un quadro più o meno delineato riguardo alle tematiche e alle scelte di selezione delle opere da parte del comitato organizzativo. Non ci possiamo sbilanciare troppo nei giudizi per evidenti ragioni. Quello che possiamo dire, però, è che si intravede il fil rouge che unisce in qualche modo i lungometraggi. Non si tratta dell’amore nelle sue svariate forme quanto piuttosto dell’assenza di esso stesso, o meglio, dei conflitti che nascono dalla difficoltà che noi uomini e donne di oggi riscontriamo nel fare i conti con il sentimento per eccellenza che spesso riteniamo assente forse semplicemente per incapacità di comunicazione. Il ritratto del mondo contemporaneo sembra essere una tela abbozzata dove angosce, piccole difficoltà, storie intimiste, colori e suoni del mondo lottano in una quotidiana resistenza contro l’oblio. Qualcuno riesce ad emozionare più di altri, e questo fa parte del gioco, ma bisogna ammettere che il divario tra i film è molto ampio, forse un po’ troppo. E’ comunque ancora presto per trarre conclusioni.
Come dite? Cos’è quel mostriciattolo nell’immagine? Già, quasi dimenticavo, è una specie di scimmia portafortuna. E’ incastonata nell’antico palazzo municipale, che si affaccia proprio sulla piazza principale. Si dice che strofinando la mano sulla sua testa sia molto probabile che un grande desiderio possa essere accolto e realizzato. Io ci passo davanti tutti i giorni per andare alle proiezioni, ma non ho ancora “consumato”. Passo, mi fermo un attimo, ci penso su, ma non trovo l’alchimia giusta. Devo scegliere con cura il desiderio perché poi quando è fatto è fatto. Ve lo propongo con piacere, magari strofinando il mouse sopra l’immagine sarete fortunati anche voi, fatemi sapere!
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