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21 febbraio, giorno 3, ci sono giorni in cui vorrei non sentire più niente. Mi sono lasciato colpire proprio là dove sono più debole e oggi vorrei non sentire più niente, non vedere più niente, non ascoltare più niente. Vorrei poter non giudicare più niente e nessuno, ma so che non andrà così. Quello che vorrei fare, invece, è parlare e dire le cose come stanno, magari dire qualcosa di bello, spiegare che non è poi così facile e poi fermarmi di nuovo un momento e cercare di capire, di farmi capire, di stare un po’ zitto, mettermi da parte e sperare in un abbraccio o solo in uno sguardo. Ne ho bisogno, ma è difficile. O almeno così mi sono convinto che sia, ma non è detto. A qualcuno dovrei chiedere scusa. A qualcun altro non avrei dovuto. Ciò che conta è che posso rimediare, dipende da me. Il mio pensiero va a coloro che non lo possono fare per ragioni più grandi, perché la vita - o la morte - ha deciso così e allora la mia umiliazione è doppia. Pura retorica, me ne rendo conto. Sentire o non sentire, comunicare o non comunicare, esistere o non esistere: questo è il problema. Ecco cosa succede ad un Festival del cinema d’amore in cui l’amore si cela tra le pieghe della quotidiana esistenza, tra le inquadrature, tra le luci e le ombre. Ci si lascia avvolgere dalle immagini, dalle storie, dalle sensazioni e si sprofonda sotto il proprio peso, sotto le proprie ombre. Certo è che i film non aiutano. Splendidi a tratti, come nel caso di Le bel age di Laurent Perraut, lungometraggio in concorso nella sezione Internazionale. Però che ansia! Fuori e dentro il film, fuori e dentro di noi. Dall’Albania alla Francia, passando per la Bulgaria, le storie ci mettono di fronte ai nostri limiti più intimi e Le bel age non risparmia un colpo. Perraut ci trascina in un universo delicato ed intimista, fatto di silenzi girati con straordinaria eleganza e di conflitti che i protagonisti faticano a risolvere. Un film che discende direttamente dalla grande tradizione cinematografica francese dei Rohmer e dei Rivette, proponendo una vicenda originale modellata con raffinatezza grazie ad una materia filmica che è un piacere raro per lo sguardo. Magnifica l’interpretazione di Michel Piccoli, decano del cinema Francese, già Nouvelle Vague. Proprio su questo film Alexine proporrà, in questa sede o sulla rivista “Panoramiche”, l’analisi estesa dell’opera, compresa di reportage dell’incontro con l’autore. Per fortuna qualche elemento di piacere c’è, soprattutto grazie al nostrano Focaccia Blues - competizione Europea - che strappa non poche risate e regala momenti di serenità. Oggi, per fortuna, le proiezioni cominciano nel pomeriggio, perciò avrò tempo di andare a strofinare la mia mano sulla testa della scimmia portafortuna. Strofinerò finché non avrò consumato entrambe, mano e scimmia. Qualche cosa dovrà pur succedere.
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