Banner
HOME Diario dei Festival

Il Diario del Critico Sognatore

Diario in Rose: le riflessioni finali

DIARIO DEI FESTIVAL

JavaScript disabilitato!
Per visualizzare il contenuto devi abilitare il JavaScript dalle opzioni del tuo browser.


(…CONTINUA da Diario in Rose: la conclusione e i premi)
E poi tanti altri film e piccoli colpi di fulmine, come quello per La Religeuse Portugaise di Eugene Green, il cui cinema geniale e visionario divide nettamente. Un’occasione mancata invece per l’Italia che ha partecipato alla competizione di questo Festival - che in fin dei conti è un Festival di film d’autore - con opere di scarsa qualità, a parte l’ironico Focaccia Blues, docufiction gastronomica e surreale che convince, anche se poco aveva a che fare con la selezione dei film presentati. Focaccia Blues è un esperimento interessante e ben riuscito, un documentario che vuole essere un film. E a tratti vi riesce, a tratti meno. Eastern Plays e Focaccia Blues: se nel primo l’attore protagonista recita in qualche modo la parte di se stesso, nel secondo sono i semplici cittadini a divenire in qualche modo dei personaggi. Dove sta la verità? Due modi differenti di vivere il cinema, due universi. Le direzioni sono opposte, ma il binario è uno, lo stesso, il cinema. La verità sta nel “mezzo”.
In ogni caso questo Festival ha costituito un’occasione per proporre una riflessione sull’Italia. Dalla Romania ai film nostrani l’immagine del nostro Belpaese esce con le ossa rotte. Dal razzismo al Neofascismo, dall’omofobia alla xenofobia, passando per lo sfruttamento del lavoro degli immigrati, l’Italia è vista come un Paese malato. La speranza, però, trionfa sempre e allora facciamo finta di non vedere, di non sapere. Emblematico in questo senso il caso di Francesca di Bobby Paunescu - il cui trailer è linkato - in concorso nella competizione Europea. Il film, già in programma nell’ultimo Festival di Venezia, ha vinto la sua battaglia legale contro l’onorevole Alessandra Mussolini che aveva denunciato e richiesto il sequestro del film.
A indispettire la signora Mussolini è stata la battuta del padre di Francesca, che nel film non vuole lasciare emigrare la figlia e per convincerla riporta ciò che ha sentito in tv. Si scaglia contro i politici Italiani e in particolare attacca alcuni esponenti che si sono fatti notare per le loro dichiarazioni. Precisamente afferma “Quella p…..a della Mussolini che vuole ammazzare tutti i Rumeni”, traendo spunto dalle dichiarazioni Mussoliniane successive all’omicidio Reggiani. Quindi niente di inventato. Paunescu ha dichiarato che il film voleva essere la registrazione di quanto si ascoltava per le strade, “mi interessava narrare cosa succede a qualcuno che decide di emigrare; con l’ ’89 c’è stato un cambiamento totale, che ha capovolto la società e ha dato luogo ad una crisi d’identità delle nuove generazioni, anche se ormai le differenze con l’Europa non sono più così grandi come negli anni ‘90”. Nella storia si tenta di far vedere il quadro della situazione con tutti i problemi sociali connessi.
In fondo il “sogno Italiano” non ha mai abbandonato il suo popolo. Il mio piccolo “sogno Italiano” è invece quello di vedere almeno una parte di questi splendidi film distribuiti. Per ora si torna nella realtà, lontano da quelle emozioni impossibili. Questo cinema mi ha emozionato, mi ha fatto piangere, star male, ma anche sorridere e arrabbiare, e ora, bene o male, non lo posso più avere. Questo cinema mi ha fatto innamorare, ma si sa, per il cinema accade come con le donne: ci si innamora sempre di quella sbagliata!


Read 4 Comments... >>
 

Diario in Rose: la conclusione e i premi

DIARIO DEI FESTIVAL

JavaScript disabilitato!
Per visualizzare il contenuto devi abilitare il JavaScript dalle opzioni del tuo browser.


24 febbraio
, giorno 6, 25 febbraio, giorno 7, e 26 febbraio, giorno 8,
scrivo nel giorno dell’arresto di Jafar Panahi - Orso d’Oro 2006 a Berlino - cineasta Iraniano e oppositore del regime di Ahmadinejad. Le ragioni ufficiali dell’arresto non sono note. Il Governo di Teheran si è premurato però di precisare che i motivi non sono di natura politica. Attendiamo novità. In ogni caso non c’è bisogno di arrivare in Iran per trovare delle forme di censure e più avanti, nell’ultimo post, capirete il perché.
Intanto si è conclusa la 26esima edizione del Festival International du Film d’Amour de Mons, ed è di nuovo tempo di cinema, del grande cinema. E’ tempo di premi Oscar, di star e di passerelle, del “sogno Americano” ed io, invece, sto per raccontarvi un’altra storia, che termina nell’altrettanto lontana Abkhazia, in Georgia, passando per Bulgaria e Romania. E’ una storia vincente, piccola, fatta di piccoli gesti. Si dice che la felicità stia proprio nelle piccole cose, figuriamoci l’infelicità. E questa storia, con le sue piccole vicende, è il racconto degli andirivieni tra felicità e disagio, tra amore e violenza, tra guerre che desertificano l’anima e il paesaggio, ma che contemporaneamente fanno nascere nuovo coraggio. Un’eterna lotta tra grandi sogni e piccole utopie, un altrove/film e un qui/spettatore che parlano la stessa lingua dell’anima che provoca un’emozione irrimediabile e senza appello. Ecco la storia di questo Festival e dei suoi vincitori.
The other bank (L’altra riva) di George Ovashvili - il cui trailer è linkato - si aggiudica il Grand Prix du Festival. Tedo, dodici anni, vive a Tbilisi, capitale della Georgia. Ha conosciuto il conflitto, l’esilio, la miseria, l’odio etnico, la lontananza dal suo paese, l’Abkhazia, messo in ginocchio dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Per questo motivo intraprende un lungo viaggio verso la sua reale terra natale alla ricerca di un padre, di una patria, di un’identità scomparsa, verso “un’altra riva”, al di là della frontiera. La resa formale è sorprendente, ogni inquadratura è costruita su di una struttura poetica efficace, semplice, discreta, ma potente. L’occhio è esaltato poiché sapientemente guidato all’interno del quadro grazie alla sua impostazione fotografica. L’immagine è evocativa e dialoga dolcemente con un contenuto ed una trama toccanti, anche se con qualche piccola forzatura. Nel complesso essenziale, arcaico, umano, e forse per questo motivo tanto apprezzato.
Spiazzante, quasi destabilizzante, invece Eastern Plays, opera del Bulgaro Kamen Kalev, al suo primo lungometraggio, vincitore del Premio della Giuria Giovani. Ritratto disincantato di una generazione alla ricerca di se stessa, questo film mette in scena una vicenda biografica parzialmente reale. Un personaggio in cerca di una persona, un film che a tratti si maschera da documentario, uno sguardo lucido ed emozionato, che resta documento di una Sofia in conflittuale metamorfosi. Itzo è affetto da dipendenza da alcol e metadone, è infelice fuori e dentro la storia con la sua compagna. Vorrebbe vivere della sua arte, ma non può e lavora in un’officina. I contatti con la famiglia sono rari e complessi. Itzo è il vero soprannome di Christo Christov, attore protagonista di un film che rievoca a tratti episodi realmente accaduti. La dipendenza, la violenza, la famiglia. Un film completo, con una prossimità emotiva diretta, e uno stile moderno e fresco.
(1/CONTINUA...)


Read 0 Comments... >>
 

Diario in Rose: nel Cuore del Festival

DIARIO DEI FESTIVAL

JavaScript disabilitato!
Per visualizzare il contenuto devi abilitare il JavaScript dalle opzioni del tuo browser.


22 febbraio, giorno 4, e 23 febbraio, giorno 5,
due inquadrature immerse in un bianco irreale e onirico. Uno sguardo di donna si posa delicato sul suo uomo, l’abbraccio è caloroso. E poi subito il distacco, che però non sembra provocare dolore. Ecco il simbolo di questa 26esima edizione del Festival del Cinema d’Amore di Mons, tratto da un breve passaggio del film Le Refuge. E’ questo l’attacco giusto, dice Alexine, per questo pezzo che riassume queste due giornate densissime di incontri e di film. Siamo nel cuore del Festival. Il corpus di film che compone la competizione Europea è quasi al completo e non ha mancato di rivelare sorprese, nel bene e nel male. Ci concentriamo sempre sui film belli, di valore, ma credetemi, se ne producono anche tanti davvero pessimi.
In ogni caso, visto che si parla d’amore, vero e proprio colpo di fulmine per il citato Le Refuge di François Ozon - il cui trailer è linkato - che ha stupito sia Alexine che me - a breve la recensione. Sì, lo so cosa state pensando: ecco un altro polpettone sentimentale e intimista di questi Francesi piagnoni e col mal de vivre. Ebbene sì, eccolo qua. Alcuni cineasti sanno raccontare l’anima come nessun altro sa fare. Insieme a Le bel age questo film è certamente uno dei migliori tra quelli visti fino ad ora. Noi Italiani non siamo in grado di produrre opere di questo tipo. Non che questo sia un male, evidentemente non appartengono al nostro linguaggio, alla nostra poetica. A detta dei Francesi e dei Belgi siamo eccezionali ad esempio per quanto riguarda la commedia.
Emblematico è il caso del già visto Si può fare di Giulio Manfredonia - uscito nelle sale Italiane addirittura nell’autunno 2008 - film qui in concorso nella competizione Internazionale, che ha riscosso un successo enorme. Un film per certi versi simile a Thelma, Louise et Chantal, di cui abbiamo parlato nella prima pagina di questo Diario in Rose. Una commedia semplice che lavora di cliché narrativi per essere certo di piacere, un dramma leggero che non scava a fondo per essere certo di non ferire. Un film costruito su basi solide quali attori famosi molto amati dal pubblico - Claudio Bisio in primis - e struttura episodica comica di basso profilo. Un pacchetto infallibile, e così è stato. Evidentemente il pubblico è meno saturo rispetto a noi di commedie - pensiamo ai vari Ale e Franz, Ficarra e Picone e compagnia bella - ed apprezza meglio. La realtà infine è che Thelma, Louise et Chantal, poco amato dai nostri amici Transalpini, non è per nulla inferiore e che forse Si può fare è migliore di quanto avessimo considerato. Anche questo succede ai Festival. Si impara a guardare alle proprie vicende, a se stessi con occhi diversi. Si modificano giudizi e opinioni, e ciò che resta lo si è guadagnato per sempre.


Read 0 Comments... >>
 

Diario in Rose: le prime sensazioni

DIARIO DEI FESTIVAL

JavaScript disabilitato!
Per visualizzare il contenuto devi abilitare il JavaScript dalle opzioni del tuo browser.


21 febbraio
, giorno 3,
ci sono giorni in cui vorrei non sentire più niente. Mi sono lasciato colpire proprio là dove sono più debole e oggi vorrei non sentire più niente, non vedere più niente, non ascoltare più niente. Vorrei poter non giudicare più niente e nessuno, ma so che non andrà così. Quello che vorrei fare, invece, è parlare e dire le cose come stanno, magari dire qualcosa di bello, spiegare che non è poi così facile e poi fermarmi di nuovo un momento e cercare di capire, di farmi capire, di stare un po zitto, mettermi da parte e sperare in un abbraccio o solo in uno sguardo. Ne ho bisogno, ma è difficile. O almeno così mi sono convinto che sia, ma non è detto. A qualcuno dovrei chiedere scusa. A qualcun altro non avrei dovuto. Ciò che conta è che posso rimediare, dipende da me. Il mio pensiero va a coloro che non lo possono fare per ragioni più grandi, perché la vita - o la morte - ha deciso così e allora la mia umiliazione è doppia.
Pura retorica, me ne rendo conto. Sentire o non sentire, comunicare o non comunicare, esistere o non esistere: questo è il problema. Ecco cosa succede ad un Festival del cinema damore in cui lamore si cela tra le pieghe della quotidiana esistenza, tra le inquadrature, tra le luci e le ombre. Ci si lascia avvolgere dalle immagini, dalle storie, dalle sensazioni e si sprofonda sotto il proprio peso, sotto le proprie ombre. Certo è che i film non aiutano. Splendidi a tratti, come nel caso di Le bel age di Laurent Perraut, lungometraggio in concorso nella sezione Internazionale. Però che ansia! Fuori e dentro il film, fuori e dentro di noi. DallAlbania alla Francia, passando per la Bulgaria, le storie ci mettono di fronte ai nostri limiti più intimi e Le bel age non risparmia un colpo. Perraut ci trascina in un universo delicato ed intimista, fatto di silenzi girati con straordinaria eleganza e di conflitti che i protagonisti faticano a risolvere. Un film che discende direttamente dalla grande tradizione cinematografica francese dei Rohmer e dei Rivette, proponendo una vicenda originale modellata con raffinatezza grazie ad una materia filmica che è un piacere raro per lo sguardo. Magnifica linterpretazione di Michel Piccoli, decano del cinema Francese, già Nouvelle Vague.
Proprio su questo film Alexine proporrà, in questa sede o sulla rivista “Panoramiche”, lanalisi estesa dellopera, compresa di reportage dellincontro con lautore. Per fortuna qualche elemento di piacere cè, soprattutto grazie al nostrano Focaccia Blues - competizione Europea - che strappa non poche risate e regala momenti di serenità. Oggi, per fortuna, le proiezioni cominciano nel pomeriggio, perciò avrò tempo di andare a strofinare la mia mano sulla testa della scimmia portafortuna. Strofinerò finché non avrò consumato entrambe, mano e scimmia. Qualche cosa dovrà pur succedere.


Read 0 Comments... >>
 

Diario in Rose: al via la Competizione

DIARIO DEI FESTIVAL



20 febbraio
, giorno 2,
si è conclusa la prima giornata di competizione al Festival di Mons e gli spunti per il dibattito sono già molti e tutti estremamente interessanti. Ecco il motivo per cui questo post è redatto a quattro mani con Alexine, a suo modo Solita Sognatrice e mia compagna di avventure. Alexine è presente al Festival di Mons e si occupa di partecipare agli incontri con gli autori e ai workshop proposti dall’organizzazione. In questa sede Alexine ci racconta dell’incontro tenutosi ieri con Rashid Mashawi, importante cineasta Palestinese, in questa manifestazione membro della giuria.

Mashawi è il solo cineasta che vive e lavora nei territori occupati nonostante la censura. Nel 1996 fonda a Ramallah (Cisgiordania) un Centro di Produzione e di Distribuzione Cinematografica (CPC) il cui obiettivo è quello di creare una sala cinematografica itinerante per i bambini Palestinesi che lotti ogni giorno per la propria esistenza nonostante gli impedimenti imposti da Israele. Durante l’incontro Mashawi ha ripercorso brevemente la difficile storia della Palestina, che tutti più o meno conosciamo, e ha fatto una breve panoramica sulla situazione del cinema nel suo Paese. Senza dubbio la Palestina ha questioni più ingombranti da gestire rispetto alla problematica “cinema”, ma è evidente che anche questo aspetto riflette le difficoltà di un territorio estremo.

In Palestina si producono quattro o cinque film l’anno che solitamente non hanno visibilità all’estero, se non all’interno del circuito dei Festival. Nel territorio non esistono fondi o case di produzione e la distribuzione è prevista in un’unica sala. E’ evidente che la fuga è l’unica speranza per chi desidera fare cinema. Tuttavia il programma portato avanti da Mashawi lavora proprio in senso opposto, guarda verso l’interno. Peraltro questa tendenza si riflette anche sulla tipologia stessa di film ultimamente prodotti. Più intimisti, più rivolti alla quotidianità, leggermente distanti da quel prodotto di propaganda militante che il contesto per natura necessita. Speriamo di vederne presto i risultati in qualche Festival.

Per quanto riguarda la competizione, invece, la visione dei primi tre film in gara rivela in parte un quadro più o meno delineato riguardo alle tematiche e alle scelte di selezione delle opere da parte del comitato organizzativo. Non ci possiamo sbilanciare troppo nei giudizi per evidenti ragioni. Quello che possiamo dire, però, è che si intravede il fil rouge che unisce in qualche modo i lungometraggi. Non si tratta dell’amore nelle sue svariate forme quanto piuttosto dell’assenza di esso stesso, o meglio, dei conflitti che nascono dalla difficoltà che noi uomini e donne di oggi riscontriamo nel fare i conti con il sentimento per eccellenza che spesso riteniamo assente forse semplicemente per incapacità di comunicazione. Il ritratto del mondo contemporaneo sembra essere una tela abbozzata dove angosce, piccole difficoltà, storie intimiste, colori e suoni del mondo lottano in una quotidiana resistenza contro l’oblio. Qualcuno riesce ad emozionare più di altri, e questo fa parte del gioco, ma bisogna ammettere che il divario tra i film è molto ampio, forse un po’ troppo. E’ comunque ancora presto per trarre conclusioni.
Come dite? Cos’è quel mostriciattolo nell’immagine? Già, quasi dimenticavo, è una specie di scimmia portafortuna. E’ incastonata nell’antico palazzo municipale, che si affaccia proprio sulla piazza principale. Si dice che strofinando la mano sulla sua testa sia molto probabile che un grande desiderio possa essere accolto e realizzato. Io ci passo davanti tutti i giorni per andare alle proiezioni, ma non ho ancora “consumato”. Passo, mi fermo un attimo, ci penso su, ma non trovo l’alchimia giusta. Devo scegliere con cura il desiderio perché poi quando è fatto è fatto. Ve lo propongo con piacere, magari strofinando il mouse sopra l’immagine sarete fortunati anche voi, fatemi sapere!


Read 0 Comments... >>
 
Altri articoli...
I SOGNI DEL GIORNO

JavaScript disabilitato!
Per visualizzare il contenuto devi abilitare il JavaScript dalle opzioni del tuo browser.

Proiezione del film "War Photographer"

Oggi, Lunedì 20 settembre

Alle ore 21

In Cittadella, Aosta

 

JavaScript disabilitato!
Per visualizzare il contenuto devi abilitare il JavaScript dalle opzioni del tuo browser.


The Cambodian Room

 

Proiettato venerdì al MOUNTAIN PHOTO FESTIVAL

 
Banner
Banner

Banner
Banner
Banner
Gli incontri degli amici di Beppe Grillo
Banner
Banner