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Anche i Soliti Sognatori festeggiano l’8 marzo. E festeggiamo l’8 marzo perché siamo Sognatori. Sogniamo la buona poesia, la giusta politica, lo sport emozionante, il bel cinema e, se ce lo concedete, sogniamo anche la donna. Anzi, sogniamo per e soprattutto con la donna. E per gli appassionati cinefili quale sogno più grande, per ambo i sessi, se non la conquista del premio Oscar? Ieri notte Kathryn Bigelow ha ricevuto la statuetta più ambita, quella per la miglior regia, per la prima volta nella storia consegnata nelle mani di una donna - prima di lei sono arrivate ad un passo dalla storia Lina Wertmuller, Jane Campion e Sofia Coppola. Non solo, il suo film, The Hurt Locker - il cui trailer è linkato - si è portato a casa altre cinque statuette. Miglior film, miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio, miglior montaggio sonoro e miglior mix sonoro. Regia, sceneggiatura e montaggio: una consacrazione totale per un film a basso costo e che non sbaglieremmo poi molto a definire “d’essai”. Un film duro per gli occhi e per lo stomaco, un incubo lucido, un rigetto fisico della follia della guerra e dei suoi effetti devastanti su cuore e mente di militari e civili. Un manifesto contro ogni forma di conflitto armato. Una regia nevrotica, instabile, eppure estremamente curata nel suo essere essenzialmente fondata sullo stile delle riprese documentariste impegnate in prima linea. Imponenti l’uso dello zoom e delle panoramiche “a schiaffo”. Un cinema di combattimento e di sperimentazione, femminista e in antitesi con un certo cinema di consenso “femminile”. Basta questo - che in ogni caso non è poco - per vincere l’Oscar? No, ci vuole anche una competizione poco agguerrita. Tra i nominati a miglior film trovavamo infatti Avatar - più che prevedibile il suo flop per quanto riguarda gli Oscar più prestigiosi - A Serious Man - i Cohen hanno già vinto il premio con Non è un paese per vecchi - Tra le nuvole, District 9 - opera molto interessante - The Blind Side. I veri avversari sono stati però lo strepitoso Bastardi senza Gloria e Precious, film rivelazione dell’anno. Il “povero” Tarantino ci dovrà riprovare, anche se onestamente appare chiaro come il suo film meritasse qualche riconoscimento in più oltre a quello assegnato al pur straordinario Christoph Waltz, premiato come miglior attore non protagonista. Ma si sa, il premio Oscar, per quanto prestigioso, rimane comunque una messa in scena autoreferenziale del potere dell’industria cinematografica delle majors Americane. Allora il premio alla Bigelow rappresenta un segnale importante, una forte inversione di marcia, quantomeno apparente. Dopo l’exploit Bollywoodiano di The Millionaire, ecco un film a basso costo, uno sguardo d’autore, per di più al femminile. Il coup de théatre è proprio lì, ad un passo, pronto su un piatto d’argento. A pensarci bene The Hurt Locker, come accennato in precedenza, è sì un film firmato da una donna, ma non certo un film per la donna né tantomeno sulla donna. Lo stile e lo sguardo che propone sono di genere non femminile, senza dimenticare che stiamo parlando di un film che racconta la vicenda di alcuni soldati Americani invischiati corpo e anima nel pantano della guerra in Iraq. Sembrerebbe addirittura un film tutto al maschile, e forse anche per questo motivo tanto apprezzato dalla fallocentrica Hollywood. La sceneggiatura porta la firma di Mark Boal - compagno nella vita di Kathryn Bigelow - già autore dell’articolo da cui è stato tratto il lungometraggio Nella Valle di Elah. Un film quindi che abbatte le divergenze di genere uomo/donna, che sovverte lo stereotipo di quello che ci aspettiamo da una presenza femminile dietro la macchina da presa ed espone l’Academy ad un necessario momento di analisi della propria industria. La stessa Bigelow dichiarava già nel ’87 che “l’obiettivo è che non esistano distinzioni tra un film diretto da una donna e uno diretto da un uomo”. Oggi è riuscita nel suo intento, anche se “per una donna la strada è stata più lunga”. Considero la non militanza della Bigelow, esterna alle vicende dello “sguardo femminile”, una prova di forza. La sua vittoria di (trans)genere ne è la conferma, l’emancipazione è realmente applicata. (CONTINUA in CINEMA…)
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La scadenza per pagare una multa è posta a 60 giorni dal momento in cui ci viene notificata? Le tasse devono essere pagate entro tale giorno del tale mese? La richiesta per un certo mutuo, prestito, finanziamento deve rispettare precisi termini e tempi? Da oggi non più, abbiamo avuto la conferma che le regole non hanno più valore. Come ci potranno chiedere di essere ancora seri e puntuali dopo il “ciclone liste”? Cos’è accaduto? Il termine per la presentazione delle liste elettorali per le Elezioni Regionali è fissato alle ore 12 del 27 febbraio. Alfredo Milioni, responsabile del Pdl incaricato di consegnare la lista elettorale Laziale, si presenta nei dintorni dell’ufficio adibito quando manca un’ora alla scadenza. Qualcosa non va, i documenti non sono completi, e si vocifera che il Premier Berlusconi in diretta telefonica stia suggerendo le ultime sostanziali modifiche. Milioni, trafelato, esce dall’ufficio, corregge gli errori, mangia un panino “prima di tornare in tutta tranquillità”, secondo il suo racconto. In ritardo di cinquanta minuti. Scoppia il caos, all’interno del Partito accuse reciproche, guerre fratricide tra ex amici - tra La Russa e Alemanno ad esempio - e dichiarazioni al fulmicotone come quelle di Rotondi che si dichiara indignato e rassegnato. Alcun ricorso è preso in considerazione, per il Pdl nulla da fare. Nel Lazio quindi esiste la candidata del Centrodestra - la signora Polverini, che tra l’altro sembra ignara di qualunque cosa le accada attorno, un alieno caduto nel Lazio - ma potrebbe mancare la lista del Pdl. Nel frattempo cosa succede in Lombardia? La Lega, che ha trattato con superiorità gli intoppi del Pdl Romano, rimane spiazzata dalla notizia che anche nel Milanese qualcosa non torna. Secondo una prima verifica alcune firme necessarie per la convalida della Lista Civica che presenta il candidato Formigoni sono irregolari. Anche in questo caso qualunque ricorso è respinto. Situazione? Potrebbe non esistere un candidato del Centrodestra in Lombardia. L’entourage Berlusconiano non ce la fa. Anche quando è davvero semplice, quasi elementare, non riesce a rispettare le norme. Deve essere qualcosa di genetico, una sorta di allergia alle leggi, alle regole. Nell’occasione i Berluscones violano i modi - le firme irregolari in Lombardia - e i tempi - orari di consegna della lista elettorale nel Lazio - di norme non così complicate da rispettare. I Pdiellini, non sapendo a cosa aggrapparsi, scelgono la scusa del “diritto di votare il proprio candidato”. Che faccia tosta. La responsabilità delle esclusioni è esclusivamente, indiscutibilmente del Pdl e dei Formigoni boys. E in ogni caso, nonostante questo, non ci si presenterebbe alle elezioni in un contesto similVenezuela, con un candidato unico. Nel Lazio la candidata Polverini sarebbe comunque in corsa, e in Lombardia esisterebbero alternative, come il candidato del Movimento 5 Stelle. Ma il Pdl non può permettersi di essere escluso dai posti di comando in Regioni così fondamentali, quindi cosa c’è di meglio di una bella stortura democratica? L’ennesima, ridicola e geniale. Non si tratta infatti di una legge apposita, ma di “un’interpretazione di una norma che non viene modificata” che serve “ad aiutare il Tar ad applicare la legge”, come assicura un livido Maroni - nel video linkato il suo intervento. Nella notte di venerdì il “comprensivo” Napolitano firma il decreto, e il Pdl tira un sospiro di sollievo. Le regole perdono, ancora una volta. La ricorderemo come un “interpretazione ad Polverinim/Formigonim/Pdlem”. Poche righe che cancellano le irregolarità sorte nel Lazio e in Lombardia. Il giorno in cui è esploso il caso ho sorriso pensando al livello di incompetenza che regna all’interno del Pdl e immaginando un’elezione senza i Berluscones. I miei genitori mi hanno immediatamente ammonito, “Tanto faranno in modo tale da eliminare questi problemi e in qualche maniera si presenteranno lo stesso”. E io, ingenuo, “Non possono spingersi a tanto”. Ancora una volta hanno avuto ragione loro.
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(…CONTINUA da Diario in Rose: la conclusione e i premi) E poi tanti altri film e piccoli colpi di fulmine, come quello per La Religeuse Portugaise di Eugene Green, il cui cinema geniale e visionario divide nettamente. Un’occasione mancata invece per l’Italia che ha partecipato alla competizione di questo Festival - che in fin dei conti è un Festival di film d’autore - con opere di scarsa qualità, a parte l’ironico Focaccia Blues, docufiction gastronomica e surreale che convince, anche se poco aveva a che fare con la selezione dei film presentati. Focaccia Blues è un esperimento interessante e ben riuscito, un documentario che vuole essere un film. E a tratti vi riesce, a tratti meno. Eastern Plays e Focaccia Blues: se nel primo l’attore protagonista recita in qualche modo la parte di se stesso, nel secondo sono i semplici cittadini a divenire in qualche modo dei personaggi. Dove sta la verità? Due modi differenti di vivere il cinema, due universi. Le direzioni sono opposte, ma il binario è uno, lo stesso, il cinema. La verità sta nel “mezzo”. In ogni caso questo Festival ha costituito un’occasione per proporre una riflessione sull’Italia. Dalla Romania ai film nostrani l’immagine del nostro Belpaese esce con le ossa rotte. Dal razzismo al Neofascismo, dall’omofobia alla xenofobia, passando per lo sfruttamento del lavoro degli immigrati, l’Italia è vista come un Paese malato. La speranza, però, trionfa sempre e allora facciamo finta di non vedere, di non sapere. Emblematico in questo senso il caso di Francesca di Bobby Paunescu - il cui trailer è linkato - in concorso nella competizione Europea. Il film, già in programma nell’ultimo Festival di Venezia, ha vinto la sua battaglia legale contro l’onorevole Alessandra Mussolini che aveva denunciato e richiesto il sequestro del film. A indispettire la signora Mussolini è stata la battuta del padre di Francesca, che nel film non vuole lasciare emigrare la figlia e per convincerla riporta ciò che ha sentito in tv. Si scaglia contro i politici Italiani e in particolare attacca alcuni esponenti che si sono fatti notare per le loro dichiarazioni. Precisamente afferma “Quella p…..a della Mussolini che vuole ammazzare tutti i Rumeni”, traendo spunto dalle dichiarazioni Mussoliniane successive all’omicidio Reggiani. Quindi niente di inventato. Paunescu ha dichiarato che il film voleva essere la registrazione di quanto si ascoltava per le strade, “mi interessava narrare cosa succede a qualcuno che decide di emigrare; con l’ ’89 c’è stato un cambiamento totale, che ha capovolto la società e ha dato luogo ad una crisi d’identità delle nuove generazioni, anche se ormai le differenze con l’Europa non sono più così grandi come negli anni ‘90”. Nella storia si tenta di far vedere il quadro della situazione con tutti i problemi sociali connessi. In fondo il “sogno Italiano” non ha mai abbandonato il suo popolo. Il mio piccolo “sogno Italiano” è invece quello di vedere almeno una parte di questi splendidi film distribuiti. Per ora si torna nella realtà, lontano da quelle emozioni impossibili. Questo cinema mi ha emozionato, mi ha fatto piangere, star male, ma anche sorridere e arrabbiare, e ora, bene o male, non lo posso più avere. Questo cinema mi ha fatto innamorare, ma si sa, per il cinema accade come con le donne: ci si innamora sempre di quella sbagliata!
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24 febbraio, giorno 6, 25 febbraio, giorno 7, e 26 febbraio, giorno 8, scrivo nel giorno dell’arresto di Jafar Panahi - Orso d’Oro 2006 a Berlino - cineasta Iraniano e oppositore del regime di Ahmadinejad. Le ragioni ufficiali dell’arresto non sono note. Il Governo di Teheran si è premurato però di precisare che i motivi non sono di natura politica. Attendiamo novità. In ogni caso non c’è bisogno di arrivare in Iran per trovare delle forme di censure e più avanti, nell’ultimo post, capirete il perché. Intanto si è conclusa la 26esima edizione del Festival International du Film d’Amour de Mons, ed è di nuovo tempo di cinema, del grande cinema. E’ tempo di premi Oscar, di star e di passerelle, del “sogno Americano” ed io, invece, sto per raccontarvi un’altra storia, che termina nell’altrettanto lontana Abkhazia, in Georgia, passando per Bulgaria e Romania. E’ una storia vincente, piccola, fatta di piccoli gesti. Si dice che la felicità stia proprio nelle piccole cose, figuriamoci l’infelicità. E questa storia, con le sue piccole vicende, è il racconto degli andirivieni tra felicità e disagio, tra amore e violenza, tra guerre che desertificano l’anima e il paesaggio, ma che contemporaneamente fanno nascere nuovo coraggio. Un’eterna lotta tra grandi sogni e piccole utopie, un altrove/film e un qui/spettatore che parlano la stessa lingua dell’anima che provoca un’emozione irrimediabile e senza appello. Ecco la storia di questo Festival e dei suoi vincitori. The other bank (L’altra riva) di George Ovashvili - il cui trailer è linkato - si aggiudica il Grand Prix du Festival. Tedo, dodici anni, vive a Tbilisi, capitale della Georgia. Ha conosciuto il conflitto, l’esilio, la miseria, l’odio etnico, la lontananza dal suo paese, l’Abkhazia, messo in ginocchio dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Per questo motivo intraprende un lungo viaggio verso la sua reale terra natale alla ricerca di un padre, di una patria, di un’identità scomparsa, verso “un’altra riva”, al di là della frontiera. La resa formale è sorprendente, ogni inquadratura è costruita su di una struttura poetica efficace, semplice, discreta, ma potente. L’occhio è esaltato poiché sapientemente guidato all’interno del quadro grazie alla sua impostazione fotografica. L’immagine è evocativa e dialoga dolcemente con un contenuto ed una trama toccanti, anche se con qualche piccola forzatura. Nel complesso essenziale, arcaico, umano, e forse per questo motivo tanto apprezzato. Spiazzante, quasi destabilizzante, invece Eastern Plays, opera del Bulgaro Kamen Kalev, al suo primo lungometraggio, vincitore del Premio della Giuria Giovani. Ritratto disincantato di una generazione alla ricerca di se stessa, questo film mette in scena una vicenda biografica parzialmente reale. Un personaggio in cerca di una persona, un film che a tratti si maschera da documentario, uno sguardo lucido ed emozionato, che resta documento di una Sofia in conflittuale metamorfosi. Itzo è affetto da dipendenza da alcol e metadone, è infelice fuori e dentro la storia con la sua compagna. Vorrebbe vivere della sua arte, ma non può e lavora in un’officina. I contatti con la famiglia sono rari e complessi. Itzo è il vero soprannome di Christo Christov, attore protagonista di un film che rievoca a tratti episodi realmente accaduti. La dipendenza, la violenza, la famiglia. Un film completo, con una prossimità emotiva diretta, e uno stile moderno e fresco. (1/CONTINUA...)
Lunedì 01 Marzo 2010 21:34 | Author: I Soliti Sognatori |
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In occasione di un evento Aostano abbiamo girato le strade della nostra città e “interrogato” di storia i nostri coetanei. Da Roma fino ai giorni nostri. I sette Re di Roma, le Repubbliche Marinare, Carlomagno e la scoperta dell’America, Waterloo e le Guerre Mondiali, Neil Armstrong e il Muro di Berlino. Alcune tra le migliori “perle” registrate sono state raccolte in questo breve e divertente video. Il nostro intento non è quello di accusare noi giovani e le nostre carenze “storiche” - pensiamo piuttosto alle mancanze culturali dei politici incastrati dalle Iene - ma piuttosto sorridere su un valore fondamentale per il presente e il futuro della nostra società - la memoria storica appunto - che evidentemente non è trattato in maniera adeguata da istituzioni scolastiche e famiglie. Noi poi naturalmente ci mettiamo del nostro per “dimenticare”. Ringraziamo tutti gli amici che si sono fatti riprendere e sono stati al gioco - che appaiano o meno nel video - per la disponibilità e la simpatia. E ridiamoci su insieme. Continuate a leggere www.isolitisognatori.it e attenzione, sta per cominciare la seconda serie di puntate dei SognatoriChannel, stiamo tornando...