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22 febbraio, giorno 4, e 23 febbraio, giorno 5, due inquadrature immerse in un bianco irreale e onirico. Uno sguardo di donna si posa delicato sul suo uomo, l’abbraccio è caloroso. E poi subito il distacco, che però non sembra provocare dolore. Ecco il simbolo di questa 26esima edizione del Festival del Cinema d’Amore di Mons, tratto da un breve passaggio del film Le Refuge. E’ questo l’attacco giusto, dice Alexine, per questo pezzo che riassume queste due giornate densissime di incontri e di film. Siamo nel cuore del Festival. Il corpus di film che compone la competizione Europea è quasi al completo e non ha mancato di rivelare sorprese, nel bene e nel male. Ci concentriamo sempre sui film belli, di valore, ma credetemi, se ne producono anche tanti davvero pessimi. In ogni caso, visto che si parla d’amore, vero e proprio colpo di fulmine per il citato Le Refuge di François Ozon - il cui trailer è linkato - che ha stupito sia Alexine che me - a breve la recensione. Sì, lo so cosa state pensando: ecco un altro polpettone sentimentale e intimista di questi Francesi piagnoni e col mal de vivre. Ebbene sì, eccolo qua. Alcuni cineasti sanno raccontare l’anima come nessun altro sa fare. Insieme a Le bel age questo film è certamente uno dei migliori tra quelli visti fino ad ora. Noi Italiani non siamo in grado di produrre opere di questo tipo. Non che questo sia un male, evidentemente non appartengono al nostro linguaggio, alla nostra poetica. A detta dei Francesi e dei Belgi siamo eccezionali ad esempio per quanto riguarda la commedia. Emblematico è il caso del già visto Si può fare di Giulio Manfredonia - uscito nelle sale Italiane addirittura nell’autunno 2008 - film qui in concorso nella competizione Internazionale, che ha riscosso un successo enorme. Un film per certi versi simile a Thelma, Louise et Chantal, di cui abbiamo parlato nella prima pagina di questo Diario in Rose. Una commedia semplice che lavora di cliché narrativi per essere certo di piacere, un dramma leggero che non scava a fondo per essere certo di non ferire. Un film costruito su basi solide quali attori famosi molto amati dal pubblico - Claudio Bisio in primis - e struttura episodica comica di basso profilo. Un pacchetto infallibile, e così è stato. Evidentemente il pubblico è meno saturo rispetto a noi di commedie - pensiamo ai vari Ale e Franz, Ficarra e Picone e compagnia bella - ed apprezza meglio. La realtà infine è che Thelma, Louise et Chantal, poco amato dai nostri amici Transalpini, non è per nulla inferiore e che forse Si può fare è migliore di quanto avessimo considerato. Anche questo succede ai Festival. Si impara a guardare alle proprie vicende, a se stessi con occhi diversi. Si modificano giudizi e opinioni, e ciò che resta lo si è guadagnato per sempre.
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Oggi sono indeciso su cosa scrivere. Tanti argomenti hanno attirato la mia attenzione in questi giorni e hanno suscitato in me una enorme perplessità. E’ finito tra le polemiche il sessantesimo Festival di Sanremo. Quello che dovrebbe essere un inno alla canzone Italiana si è trasformato in una carrellata di musicisti di terza e quarta fascia o di mummie riesumate. Le canzoni costituiscono puntualmente il peggio che esista sul mercato Italiano, ma in più quest’anno ci hanno regalato un vero e proprio tocco di classe. E ad avercelo regalato sono stati Pupo ed Emanuele Filiberto - con il tenore Luca Canonici - grazie al ridicolo brano Italia amore mio. Una pessima canzone, dal gusto discutibile, che sarebbe dovuta essere una triste dedica all’esilio forzato del “Principe”, intento ad ingraziarsi gli spettatori con versi pietosi, e incredibilmente si è trasformata in un secondo posto accolto dalle comprensibili polemiche di critica, musicisti e non solo. Anche il pubblico in sala ha fischiato e contestato il trio, e credo che lo stesso sentimento di disappunto sia stato provato da milioni di persone sparse per la penisola. Abbiamo assistito ad uno spettacolo indecoroso dato che vengono effettuati tagli sempre più frequenti al mondo della musica con relative chiusure di manifestazioni, orchestre e quant’altro mentre non si ha nessuno scrupolo a finanziare questi programmi “morti”, che non hanno più niente da dirci musicalmente e artisticamente. Parallelamente, nella nostra “amata” Italia, mi lascia perplesso, per usare un eufemismo, la candidatura del Ministro Brunetta a Sindaco di Venezia. Se dovesse essere eletto logicamente la nuova carica andrà a sommarsi a quella di Ministro, e non so come sia possibile rivestire i due ruoli in modo soddisfacente. Brunetta afferma che si è candidato per “amore”, anche lui, della sua Venezia - nel video linkato l’annuncio della sua candidatura. Noi pensiamo però al fatto che potremmo avere tra qualche mese un Ministro a metà e a Venezia un Sindaco a metà. La fatica sarà dividere in due Brunetta. Insomma, la solita sceneggiata all’Italiana. E il maestro di queste pratiche è naturalmente Papi Silvio. Berlusconi ieri non ha trovato di meglio che respingere le dimissioni del Sottosegretario all'Economia Cosentino. L’ex candidato alla Presidenza della Campania non ha tentato di dimettersi perchè rinviato a giudizio per associazione camorristica, ma per un suo disaccordo con i nuovi patti elettorali stretti dal Pdl e dall’Udc nella sua regione. Berlusconi tiene stretto a sè il giovane e “amato” indagato. ll Premier naturalmente conferma di predicare bene e razzolare male. In questi giorni infatti Berlusconi ha avuto il coraggio di informarci, di punto in bianco, che la politica andrebbe pulita dagli uomini di malaffare. Viene immediatamente da chiederci come sia possibile che questo gli venga in mente solo ora, dopo che ad esempio un suo avvocato, tale Cesare Previti, e un suo uomo di fiducia e celebre braccio destro, tale Marcello Dell’Utri, portati in politica proprio da lui, sono stati condannati per reati quali corruzione e associazione mafiosa. Come è possibile che proprio dal nostro Presidente del Consiglio - lui stesso imputato in numerosi processi - continuino ad essere difesi ad oltranza colleghi di Partito imputati e condannati, mentre contemporaneamente ora professa una politica “pulita”? Solo in Italia è possibile, e come canterebbe Emanuele Filiberto “Io credo ancora nel rispetto, nell’onestà di un ideale, nel sogno chiuso in un cassetto e in un paese più normale. Sì, stasera sono qui per dire al mondo e a Dio, Italia amore mio”. Fischiate pure.
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Una risata divisa tra il reale divertimento per la comicità della situazione e l’isteria per la contemporanea drammaticità della situazione stessa. Ecco la mia reazione, simile a quella di Mourinho quando ritiene di aver subito torti arbitrali, all’annuncio di Berlusconi di un famigerato decreto “anticorruzione” e alla sua volontà di avere liste “pulite” alle Elezioni Regionali. Solo in un Paese malato, quasi terminale, come il nostro l’imputato Premier Papi Silvio può permettersi di annunciare proposte del genere senza che neanche un giornalista si alzi e gli dica “Scusi, ma proprio lei si permette di parlare di norme anticorruzione?”. No, nessuno si alza. Così siamo costretti ad ascoltare un triste teatrino di dichiarazioni convinte della maggioranza, di flebili sospiri dell’opposizione e di argomentazioni di giornalisti scodinzolanti. L’apice della facciatostaggine. Evitiamo di soffermarci sulle infinite vicende giudiziarie di Berlusconi, ma ricordiamo almeno quelle di alcuni membri del suo Partito per capire da che pulpito arriva questa proposta. Qualche mese fa ho scritto una serie di post in cui descrivevo le vicende giudiziarie dei condannati appartenenti al Pdl. Non scelsi il Pdl per accanimento, ma perché, seppur in una politica interamente coinvolta in scandali giudiziari gravi, costituisce il Partito leader indiscusso nel malaffare. Più che un Partito un “penitenziario”. Sui banchi Pdl del Parlamento Italiano troviamo infatti Berruti (condannato per favoreggiamento), Cantoni (corruzione e bancarotta fraudolenta), Ciarrapico (maltrattamento di minori, ricettazione fallimentare, finanziamento illecito, bancarotta fraudolenta), De Angelis (banda armata e associazione sovversiva), Farina (favoreggiamento), La Malfa (finanziamento illecito), Nania (lesioni volontarie), Sciascia (corruzione), Tomassini (falso in certificazione) e infine l’amato braccio destro Berlusconiano Dell’Utri (false fatture e frodi fiscali). A Bruxelles rappresentano il Pdl Bonsignore (tentata corruzione) e Patriciello (finanziamento illecito). Se Berlusconi volge lo sguardo agli alleati fidati può notare che è in buona compagnia. La Lega ha politici condannati di primo piano sia in Italia - Bossi (finanziamento illecito) e Maroni (resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale) - che in Europa - Borghezio (incendio aggravato). Stiamo parlando solo di condanne definitive, perché se allargassimo il discorso a patteggiati, prescritti e condannati non definitivi non finiremmo più. Almeno due di essi però vanno citati. Si tratta di due promesse del Pdl in ascesa e in quanto tali già rinviati a giudizio ripetutamente. I Sottosegretari Fitto (rinviato a giudizio per corruzione, peculato, falso, abuso d’ufficio, finanziamento illecito e concorso in turbativa d’asta) e Cosentino (concorso esterno in associazione mafiosa). Che fine faranno questi personaggi ora che la linea del Partito è cambiata? E chissà cos’ha fatto cambiare idea al Premier. Forse la vicenda Bertolaso ha convinto Berlusconi che fosse troppo. Così, come se nulla fosse, Papi Silvio parla di leggi anticorruzione e i suoi media si adeguano. I giudici non sono più tutti “malati”, anche per Feltri e Belpietro ora esistono alcuni politici “birbantelli” - secondo la definizione incommentabile di Papi Silvio - che hanno sbagliato e infangano l’intera classe politica. Quindi via libera alle liste pulite. Vorrei sapere cosa pensa Grillo - nel video linkato parte di un suo vecchio spettacolo con un Berlusconi inedito - che avviò la proposta di legge del Parlamento Pulito - fuori i condannati dal Parlamento - tre anni fa e al tempo fu definito “pazzo giustizialista”. Poco importa, nessuno si alzerà a ricordarlo. Intanto, anche se sappiamo già da ora che non cambierà nulla nella nostra società malata, Berlusconi per qualche settimana diventerà il paladino dell’anticorruzione. In attesa di sapere come evolverà il processo Mills, in cui, per chi non lo ricordasse, è stata confermata la sentenza di condanna dalla Corte d’Appello. Già, l’avvocato Mills fu corrotto, ma da chi? Indovinate voi la risposta.
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21 febbraio, giorno 3, ci sono giorni in cui vorrei non sentire più niente. Mi sono lasciato colpire proprio là dove sono più debole e oggi vorrei non sentire più niente, non vedere più niente, non ascoltare più niente. Vorrei poter non giudicare più niente e nessuno, ma so che non andrà così. Quello che vorrei fare, invece, è parlare e dire le cose come stanno, magari dire qualcosa di bello, spiegare che non è poi così facile e poi fermarmi di nuovo un momento e cercare di capire, di farmi capire, di stare un po’ zitto, mettermi da parte e sperare in un abbraccio o solo in uno sguardo. Ne ho bisogno, ma è difficile. O almeno così mi sono convinto che sia, ma non è detto. A qualcuno dovrei chiedere scusa. A qualcun altro non avrei dovuto. Ciò che conta è che posso rimediare, dipende da me. Il mio pensiero va a coloro che non lo possono fare per ragioni più grandi, perché la vita - o la morte - ha deciso così e allora la mia umiliazione è doppia. Pura retorica, me ne rendo conto. Sentire o non sentire, comunicare o non comunicare, esistere o non esistere: questo è il problema. Ecco cosa succede ad un Festival del cinema d’amore in cui l’amore si cela tra le pieghe della quotidiana esistenza, tra le inquadrature, tra le luci e le ombre. Ci si lascia avvolgere dalle immagini, dalle storie, dalle sensazioni e si sprofonda sotto il proprio peso, sotto le proprie ombre. Certo è che i film non aiutano. Splendidi a tratti, come nel caso di Le bel age di Laurent Perraut, lungometraggio in concorso nella sezione Internazionale. Però che ansia! Fuori e dentro il film, fuori e dentro di noi. Dall’Albania alla Francia, passando per la Bulgaria, le storie ci mettono di fronte ai nostri limiti più intimi e Le bel age non risparmia un colpo. Perraut ci trascina in un universo delicato ed intimista, fatto di silenzi girati con straordinaria eleganza e di conflitti che i protagonisti faticano a risolvere. Un film che discende direttamente dalla grande tradizione cinematografica francese dei Rohmer e dei Rivette, proponendo una vicenda originale modellata con raffinatezza grazie ad una materia filmica che è un piacere raro per lo sguardo. Magnifica l’interpretazione di Michel Piccoli, decano del cinema Francese, già Nouvelle Vague. Proprio su questo film Alexine proporrà, in questa sede o sulla rivista “Panoramiche”, l’analisi estesa dell’opera, compresa di reportage dell’incontro con l’autore. Per fortuna qualche elemento di piacere c’è, soprattutto grazie al nostrano Focaccia Blues - competizione Europea - che strappa non poche risate e regala momenti di serenità. Oggi, per fortuna, le proiezioni cominciano nel pomeriggio, perciò avrò tempo di andare a strofinare la mia mano sulla testa della scimmia portafortuna. Strofinerò finché non avrò consumato entrambe, mano e scimmia. Qualche cosa dovrà pur succedere.
20 febbraio, giorno 2, si è conclusa la prima giornata di competizione al Festival di Mons e gli spunti per il dibattito sono già molti e tutti estremamente interessanti. Ecco il motivo per cui questo post è redatto a quattro mani con Alexine, a suo modo Solita Sognatrice e mia compagna di avventure. Alexine è presente al Festival di Mons e si occupa di partecipare agli incontri con gli autori e ai workshop proposti dall’organizzazione. In questa sede Alexine ci racconta dell’incontro tenutosi ieri con Rashid Mashawi, importante cineasta Palestinese, in questa manifestazione membro della giuria.
Mashawi è il solo cineasta che vive e lavora nei territori occupati nonostante la censura. Nel 1996 fonda a Ramallah (Cisgiordania) un Centro di Produzione e di Distribuzione Cinematografica (CPC) il cui obiettivo è quello di creare una sala cinematografica itinerante per i bambini Palestinesi che lotti ogni giorno per la propria esistenza nonostante gli impedimenti imposti da Israele. Durante l’incontro Mashawi ha ripercorso brevemente la difficile storia della Palestina, che tutti più o meno conosciamo, e ha fatto una breve panoramica sulla situazione del cinema nel suo Paese. Senza dubbio la Palestina ha questioni più ingombranti da gestire rispetto alla problematica “cinema”, ma è evidente che anche questo aspetto riflette le difficoltà di un territorio estremo.
In Palestina si producono quattro o cinque film l’anno che solitamente non hanno visibilità all’estero, se non all’interno del circuito dei Festival. Nel territorio non esistono fondi o case di produzione e la distribuzione è prevista in un’unica sala. E’ evidente che la fuga è l’unica speranza per chi desidera fare cinema. Tuttavia il programma portato avanti da Mashawi lavora proprio in senso opposto, guarda verso l’interno. Peraltro questa tendenza si riflette anche sulla tipologia stessa di film ultimamente prodotti. Più intimisti, più rivolti alla quotidianità, leggermente distanti da quel prodotto di propaganda militante che il contesto per natura necessita. Speriamo di vederne presto i risultati in qualche Festival.
Per quanto riguarda la competizione, invece, la visione dei primi tre film in gara rivela in parte un quadro più o meno delineato riguardo alle tematiche e alle scelte di selezione delle opere da parte del comitato organizzativo. Non ci possiamo sbilanciare troppo nei giudizi per evidenti ragioni. Quello che possiamo dire, però, è che si intravede il fil rouge che unisce in qualche modo i lungometraggi. Non si tratta dell’amore nelle sue svariate forme quanto piuttosto dell’assenza di esso stesso, o meglio, dei conflitti che nascono dalla difficoltà che noi uomini e donne di oggi riscontriamo nel fare i conti con il sentimento per eccellenza che spesso riteniamo assente forse semplicemente per incapacità di comunicazione. Il ritratto del mondo contemporaneo sembra essere una tela abbozzata dove angosce, piccole difficoltà, storie intimiste, colori e suoni del mondo lottano in una quotidiana resistenza contro l’oblio. Qualcuno riesce ad emozionare più di altri, e questo fa parte del gioco, ma bisogna ammettere che il divario tra i film è molto ampio, forse un po’ troppo. E’ comunque ancora presto per trarre conclusioni. Come dite? Cos’è quel mostriciattolo nell’immagine? Già, quasi dimenticavo, è una specie di scimmia portafortuna. E’ incastonata nell’antico palazzo municipale, che si affaccia proprio sulla piazza principale. Si dice che strofinando la mano sulla sua testa sia molto probabile che un grande desiderio possa essere accolto e realizzato. Io ci passo davanti tutti i giorni per andare alle proiezioni, ma non ho ancora “consumato”. Passo, mi fermo un attimo, ci penso su, ma non trovo l’alchimia giusta. Devo scegliere con cura il desiderio perché poi quando è fatto è fatto. Ve lo propongo con piacere, magari strofinando il mouse sopra l’immagine sarete fortunati anche voi, fatemi sapere!