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Carlo Lo Stolto ha una cugina, Francesca Melatiro, nata ad Aosta, 36mila abitanti, ci si conosce tutti lì. Tutti sanno cos’ha fatto tizio, tutti sanno che Caio è uscito con l’ex di Sempronio e che lui non l’ha presa bene. Insomma, Aosta è una piccola cittadina ed è difficile riuscire a distaccarsi dalla mentalità introversa e autarchica della gente. Francesca ha un’adolescenza non facile, o meglio, “facile” era lei, la classica ragazza del gruppo. “Limonava” con tutti, certo era una sorta di beneficenza, anche i meno bellini ne approfittavano. Certo che però svendersi in quel modo, per una ragazza che sta per diventare maggiorenne, è come gettare via la propria reputazione per sempre. Sono passati sette, otto anni e ad Aosta ci si chiede che fine abbia fatto la Melatiro. Tutti la conoscono, “la sua fama la precedeva”, ci si dice tra amici. La tesi di un mio amico è che sia scappata in Egitto, con un animatore di villaggi turistici locali, uno di quelli che ha una moglie per ogni Paese Europeo. Qualcun altro invece sostiene che si sia fatta suora di clausura, chiusa come un’eremita in un piccolo monastero ai piedi del Monte Bianco. In sostanza nessuno l’ha più vista, la sua reputazione l’ha fatta sparire. E invece, “Signori e signore, benvenuti all’undicesima edizione del mitico Grande Fratello - la Marcuzzi, con una cintura al posto della gonna, continua entusiasta - ecco la prima concorrente, Francesca Melatiro, 24 anni di Milano”, due tette con una donna a seguire scendono dalla famosa auto aziendale di Mediaset. Eccola, è lei, la donna del gruppo, con tre taglie di seno in più e un naso che faceva invidia alla Francese che ha inventato “il nasino alla Francese”. Milano, la grande metropoli, lì non la conosce nessuno, per lei Aosta non significa più nulla. Vent’anni cancellati. Quella ragazza è riuscita a cambiare, a trasformare un’adolescenza in cui per farsi accettare doveva darsi a tutto in un personaggio televisivo. Un ritocco qui, uno lì ed ecco la nuova Francesca da Milano. E’ lei il nuovo idolo della Gialappa’s, dieci giorni di permanenza nella Casa, quattro limonate e una “sveltina”. Francesca Melatiro, la ragazza della Casa. Il passato a volte ritorna.
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Carlo Lo Stolto è in lacrime. Sangue, terrore e sgomento dominano le sue emozioni. Quelle immagini nude e crude sono troppo forti anche per lui. L’ultima lacrima della sua vita era uscita al momento del rigore sbagliato da Shevchenko nella finale di Champions contro il Liverpool del 2005. Un duro, Lo Stolto, ma non in questa occasione. Il suo Milan ha appena perso contro il Palermo, ma non è quella la causa del suo disperato pianto, non sono lacrime sportive. E’ dolore vero. Appoggiato allo sportello dell’auto blu, issato con il viso sanguinante al cielo, Silvio Berlusconi è stato appena sfregiato da un colpo di Duomo. Il gesto folle di un personaggio sconosciuto ha provocato una ferita profonda nel cuore del nostro amico Lo Stolto. Nei giorni successivi Carlo reagisce con il suo tipico sfacciato e strafottente atteggiamento, inneggiando al Martire Silvio. Ci si trova spesso in centro, a Baranzate. Un nostro amico ha un locale carino, ci ospita spesso nei nostri inutili pomeriggi. E’ uno di quei pomeriggi quando assisto ad un dibattito degno di Porta a Porta. Protagonisti Carlo Lo Stolto, appartenente al Comitato “Berlusconi Nostro Salvatore”, e un certo Ettore L’Ebete, degno avversario e primo rappresentante del partito “Massimo Tartaglia Santo Subito”: “Certo che il Tarta poteva prendere meglio la mira…” “Eccolo qui, ha parlato Brigate Rosse!” “Prima o poi qualcuno lo ammazza veramente, speriamo che succeda il più presto possibile.” “Terroristi, comunisti, mangia-bambini che non siete altro! Il povero Silvio non si tocca, è una vittima.” “Vittima? Ma allora non hai capito nulla, è tutto marketing, è impossibile non capirlo” “Ma cosa stai dicendo, marketing?” “E’ chiaro, lo staff del Nano ha organizzato tutto nei minimi dettagli, ha arruolato un malato di mente per colpirlo e lui, da grande comunicatore, una volta subìto il colpo si è fatto ammirare da tutta la piazza, così l’eroe è stato colpito da un terrorista Comunista!” “Non ti permettere di giocare con la buona fede di Nostro Signore. Hanno provato in tutti i modi a farlo cadere, giudici rossi utilizzando i poteri della Costituzione, la stampa ormai interamante schierata contro il povero Premier e ora attraverso la mano armata di un bastardo terrorista di sinistra. Non ce la farete mai. Lode a Silvio!” I toni di questo episodio sono leggermente diversi rispetto a quelli utilizzati nelle esperienze precedenti del nostro amico Lo Stolto. Ho voluto calcare un po’ la mano perché nel giro di pochi giorni ne ho veramente sentite di ogni. Si possono dare mille interpretazioni ad un dialogo del genere, e io non voglio darne neanche una. Voglio solo raccontare uno spezzato di vita semireale, desidero solo evidenziare con disprezzo la situazione critica del momento. Questi sono due personaggi inventati però, credetemi, non vanno molto lontano da coloro che incontriamo nella vita reale. La pessima informazione è madre di queste opinioni. Silvio Berlusconi è stato colpito da un pazzo, punto. La violenza non si giustifica, mai. Il Premier non va giudicato in questa occasione. Guarirà e tornerà ad essere giudicato per quello che è. Noi siamo i primi a farlo. Noi continuiamo a sognare, voi?
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Tutti in ritardo, anche i suoi genitori. Incredibile. Da loro non me lo sarei mai aspettato, sempre precisi, mi stupì nel vederli arrivare in ritardo in un giorno tanto atteso. Non fu colpa loro. E quindi neanche colpa nostra. Lo Stolto diede appuntamento a tutti per le 10:00 di un caldo lunedì di luglio, e si raccomandò di essere puntuali. La prima volta che Lo Stolto disse di aver finito gli esami della triennale era un mese e mezzo dopo aver finito di frequentare i corsi, si sarebbe dovuto laureare. Dottore in Scienze Giuridiche, i suoi genitori ci tenevano tanto, forse troppo, e lui non li voleva deludere. Ogni fine settimana, quando tornava a casa - Lo Stolto era pendolare, in settimana studiava a Torino, nel week end era a Baranzate - raccontava le estenuanti lezioni di Diritto Privato e le nottate passate sul Codice Civile. Pareva lo studente modello, tutto casa, Università e libri. Riferiva di esami superati brillantemente, sempre al primo colpo, con voti alti. Lo Stolto voleva mantenere la media elevata, ripeteva di voler uscire con il massimo dei voti. I parenti erano fieri di lui, vederlo laurearsi continuava a sembrare un sogno che si sarebbe realizzato presto. Io e Lo Stolto andammo a vivere insieme, trasferitomi a Torino io scelsi Economia Aziendale. Non ci potevo credere, Lo Stolto si stava per laureare. Io sarei entrato nel primo anno fuori corso, mentre lui, brillante, avrebbe finito la laurea breve. C’era qualcosa che non tornava. Vivemmo tre anni andando a lezione solo il pomeriggio. Le nostre famiglie ci permettevano di vivere in centro, si stava bene, si riusciva ad uscire molto spesso, quasi tutte le sere. Tra aperitivi e feste universitarie era poi dura andare a lezione il mattino. Nonostante questo credevo che, dopo un Liceo superato mediocremente, Lo Stolto avesse trovato la sua strada. Ogni volta che preparava un esame dimostrava una passione straordinaria. Lo Stolto diceva di riuscire a conciliare la vita festosa con la vita da studente. Un genio insomma. Mi disse che si presentava alla discussione della tesi con 104 punti, e se avesse discusso brillantemente si sarebbe laureato con il massimo, 110 e lode. Nessuno vide la sua discussione, tutti in ritardo. O meglio, Lo Stolto era in anticipo. “Due mie colleghe che mi avrebbero dovuto precedere sono state male, il Presidente di Commissione ha anticipato il mio turno, mi conosceva quindi è stata una formalità, cinque minuti e abbiamo risolto il tutto. 110 con lode, e menzione della tesi”. In ritardo, ma felici per lui, io e alcuni amici volevamo farci un giro all’interno della Facoltà. L’obiettivo era scoprire un mondo nuovo, vedere gente, incontrare ragazze, le solite cose che uno studente di un altro indirizzo ama fare quando è “intruso”. Stranamente lui ci fermò, ci disse che eravamo in ritardo per gli aperitivi, aveva organizzato tutto nei minimi dettagli e non potevamo alterare il suo preciso programma. Lo Stolto non ricordava che in queste occasioni speciali - laurea e addio al celibato sono le più comuni - chi è festeggiato non ha alcun potere sugli invitati, noi quindi ignorammo il suo preciso programma. Entrammo, passammo davanti all’Aula Magna, incontrai Francesco, un compagno di corso de Lo Stolto che conoscevo perché avevamo condiviso qualche festa universitaria - oltre che un paio di ragazze. Gli chiesi un’impressione sulla discussione della tesi del nostro amico, e lui ci lasciò a bocca aperta: “Laurea? Ahahah…impossibile! Deve ancora dare cinque esami del primo anno!”. Il genio, non volendo deludere la sua famiglia, finse per tre anni di fila. Lo studente modello diventò per noi tutti lo studente bidello. Ad oggi, quattro anni dopo, Lo Stolto è ancora fuori corso, mentre i suoi genitori pensano ingenuamente che stia frequentando un master postspecialistica. I nodi prima o poi verranno al pettine.
Era il mio momento. Avevo finalmente ottenuto un appuntamento con una ragazza, intendo uno di quelli ufficiali, cena, cinema e, si spera, il dopo-cinema. In tre anni di medie e nei primi due da liceale avevo collezionato solamente un fidanzamento - una di quelle storie che durano due settimane, non ci si guarda in faccia dall’imbarazzo, ma ci si pavoneggia con gli amici, “ehi, io sono fidanzato!” - e un paio di “baci stampo”, vinti al “gioco della bottiglia” durante le fantastiche prime feste delle medie. Ma avevo sedici anni e il mio momento era arrivato. Ormai io e Lo Stolto eravamo compagni di classe da ormai due anni, eravamo diventati buoni amici e quel giorno, vedendomi particolarmente preoccupato, si propose di aiutarmi: “Fratello - dalla sicurezza con cui mi si rivolgeva capivo che nella sua testa era certamente lui quello maggiore - ci siamo passati tutti, io ne ho già visti tanti come te, vittime di queste adolescenti emancipate, succubi di queste spietate mangiauomini. A te penso io”. Sapevo di partire perdente in questa missione, così non avevo scelta, avevo davvero bisogno di qualcuno che avesse più esperienza di me, Lo Stolto mi rassicurò: “Se le pareti della mia camera potessero scrivere, pubblicherebbero la nuova edizione del Kamasutra. Ecco a te il manuale de ‘Il primo appuntamento col botto’ by Carlo Lo Stolto”. Atteggiandosi da scafato playboy trentacinquenne, iniziò il suo personale decalogo, “Innanzitutto devi focalizzare l’obiettivo, dopo il cinema devi portare a casa i tre punti, non so se mi spiego. Fino a quel momento devi essere concentrato, determinato a vincere la partita - continua imperterrito la metafora calcio-ragazze - devi decidere tu la sede dell’incontro, devi giocare in casa, l’ambiente famigliare sarà il tuo dodicesimo uomo. Scegli un ristorante che conosci, in cui hai confidenza con i gestori, saluta tutti, devi far notare che sei uno importante. Durante la cena devi pressare alto, devi dimostrare di avere personalità da vendere, inventa, mai essere sincero al primo appuntamento. Ad un certo punto le dirai che hai bisogno di recarti al bagno, ti alzerai e non facendoti notare andrai a pagare il conto. Una volta usciti le dirai che tu nei ristoranti non paghi mai. Fuori dal ristorante dovrete fare due passi per raggiungere il centro a piedi, lei ti chiederà il perché non raggiungiate il cinema con la tua automobile, e tu chiaramente non le dirai che hai solo sedici anni e non hai la patente, ma la sedurrai sussurrandole‘in auto non posso tenerti la mano’. A quel punto lei è quasi cotta, il tuo gioco produce possesso palla, ma poche azioni da gol, è arrivato il momento di concretizzare tutto ciò che di buono hai fatto sino a quel momento. La devi baciare”. Intervenni ed affermai convinto “Questo è chiaro, un bacio alla francese, il bacio con la lingua”. Lo Stolto rimase basito, attonito, la situazione gli stava scivolando dalle mani, la mia presunta malizia lo fece sbiancare. Mi guardò, cercando di non far notare il suo disagio, “Ah beh, certo…lingua, il bacio e la lingua…come si fa di solito”. Rinunciai, Lo Stolto era sempre il solito, non aveva mai baciato una ragazza proprio come il sottoscritto. Era insomma un pivello di prima qualità, mai uscito con alcuna entità femminile. Parlando con i suoi compagni di classe delle medie scoprii che al gioco della bottiglia gli dicevano sempre “Ci dispiace, abbiamo fatto le squadre prima”.
Conosco Lo Stolto da abbastanza tempo per dire che è un cazzaro. E’ sempre stato un cazzaro. Tutti abbiamo fatto le nostre stupidaggini, però poi arriva un momento in cui si cresce e si matura. Lui no. Per Lo Stolto la relazione è inversa, più invecchia e più le sue “cazzate” diventano numerose ed enormi. Lo ricordo al Liceo, contemporaneamente lecchino e insipiente, ma lui cos’era davvero? La prima volta che l’ho visto era seduto al primo banco, al fianco della cattedra. Ricordo chiaramente quella scena imbarazzante. Quella mattina, appena entrata la professoressa, Lo Stolto si alza e si rivolge a lei in maniera così servile che mi viene la nausea: “Se crede, le posso appendere il cappotto?”. Chiaramente l’insegnate non se lo fila di striscio. Lui però, non curante delle conseguenze che quel gesto potrebbe provocare all’interno della classe, si dirige verso la cattedra, sposta la sedia e indicando con la mano tesa la seduta fa accomodare la signora Ferrari, aggiungendo inoltre “Prego, si accomodi!”, non posso credere ai miei occhi. Sembrava un secchione pazzesco, durante la lezione non alzava la testa dal quaderno, scriveva, scriveva e ancora scriveva. Lezione di geografia, la prima volta in cui l’ho chiamato cazzaro. “Oggi interroghiamo!”, all’interno della classe la maggior parte delle teste si abbassa sotto il banco a cercare qualcosa nello zaino; il restante cerca di non incrociare lo sguardo del prof. Bassetti, pasticciando nervosamente il proprio banco, annotando pallini, quadratini e casette, sempre senza staccare penna e occhi dalla superficie. Lui no, la sua testa è altissima, e impettito esclama “Vengo volontario!”. Lo Stolto vuole confermare la sua fama da secchione, ma per una volta sta dando almeno prova di coraggio. La classe stavolta lo vede come il salvatore, il leader che ha portato i suoi compagni alla vittoria. Tirato come un pinguino - sapeva che avrebbe potuto essere interrogato e indossa giacca, cravatta e mocassini - Lo Stolto ostenta sicurezza, sorride, si alza in piedi e si dirige verso la lavagna. Iniziano le spietate domande, scena muta. Voto 4, e in più nota sul registro: “L’alunno Lo Stolto, dopo la consegna del pagellino da far firmare ai genitori, riconsegna il pagellino stesso firmato due minuti dopo. Sospetto che la firma non sia autentica”. Il brillante Lo Stolto non è altro in realtà che Lo Stolto cazzaro.