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(CONTINUA da Alice in Wonderland (1a Parte)) Ciò che sorprende di tutte le immagini è la straordinaria serietà dei volti: Tutte hanno l’espressione malinconica del poeta, lo sguardo sognatore è esasperato ancor di più dalla lunga posa. Tutte le piccole modelle del poeta sembrano temere il fluire del tempo, il futuro incombente, il mondo degli adulti e mostrano la paura e il dolore di essere costrette ad abbandonare l’infanzia per crescere. Come se anch’esse provassero l’angoscia e il terrore di Alice “nel paese delle meraviglie” dinanzi alla prospettiva di risvegliarsi nel “paese degli incubi”. La fotografia giocò quindi un ruolo essenziale nella vita di Lewis Carroll. Già nel suo primo incontro con essa la salutò come “la nuova meraviglia del mondo”. Fu uno dei primi a vedere in essa un mezzo espressivo degno di interesse. Una grande affinità legava del resto il suo universo, popolato da trabocchetti, giochi di specchi e magiche trasformazioni, a quello della fotografia. Carroll si trovava perfettamente a suo agio nello spazio irreale della camera oscura, dove i raggi luminosi, fissandosi, ricreano le apparenze fuggevoli e impalpabili della realtà. Rivelare le immagini latenti, captarle, fissarle per sempre e materializzarle. Questo è il prodigio della fotografia, che lo folgorò e lo indusse a coltivarla, ad amarla. La morte del soggetto, la sua resurrezione al di là del reale, l’arresto del tempo, la presenza di ciò che è assente e l’assenza del presente. Carroll ha vissuto questi paradossi un’infinità di volte dietro il suo obiettivo. E la fotografia svolse un’altra funzione per il poeta, quella di essere la camera di compensazione della sua vita amorosa frustrata. Noi fotografi siamo una genia di bricconi, guardoni e ladri. Ci troviamo ovunque non siamo desiderati, tradiamo segreti che nessuno ci confida, sappiamo senza vergogna ciò che non ci riguarda e ci appropriamo di cose che non ci appartengono. E a lungo andare ci ritroviamo possessori di ricchezze di un mondo che abbiamo depredato. Fu la fotografia che permise a Lewis Carroll di esorcizzare i demoni che lo perseguitavano. L’intera vita amorosa di Carroll fu mediata dalla fotografia. Era il suo paese delle meraviglie, l’altro lato dello specchio. Un gioco di specchi dunque tra il poeta scrittore ed il visionario fotografo, un dualismo all’interno del quale irrompe la non unica trasposizione cinematografica dell’altrettanto visionario Tim Burton. Nel film Alice in Wonderland Burton si fa effigie, riflesso del poeta Inglese e ne traduce in immagini l’opera letteraria prendendo spunto sia da Alice nel paese delle meraviglie sia da Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò. Ci si aspettava molto dal duo Burton-Carroll, ma la pellicola ha tradito le attese. E le ha tradite per una serie precisa di motivi. Il primo, e forse quello maggiormente d’impatto, concerne scelte di stile e di soggetto. Il tipico stile dark dell’autore è smorzato e indebolito da una stesura poco incisiva, convenzionale addirittura. Le ragioni di questo atteggiamento si possono individuare in primo luogo nella produzione firmata Disney, il lungometraggio ha tutta l’aria di una favola classica. La protagonista lotta strenuamente contro una forma di destino prestabilito - quello sociale - dal quale comunque non potrà sottrarsi. Una lotta che le darà l’illusione di potersi avvalere di un libero arbitrio impotente di fronte ad un determinismo predestinato. Nasce borghese, entra nel paese delle meraviglie, sviluppa il suo percorso di maturazione, e ne esce destinata ad una carriera altrettanto borghese di commercio imperialista. L’emancipazione individuale non coinvolge quella dalla struttura generale del sistema. Ma d’altra parte il cinema di Burton si è sempre occupato di vicende di quella medio-piccola borghesia più o meno maltrattata. Da Edward Mani di forbice - le vicende si svolgono in una cittadina benestante e idiota - a Big Fish - i protagonisti godono di una condizione privilegiata - da La Fabbrica di cioccolato - il piccolo protagonista è destinato a salvare un’industria in declino - passando per La Sposa cadavere - contesto aristocratico Vittoriano. Nemmeno Alice in Wonderland si sottrae.
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Lewis Carroll, Tim Burton e il loro paese delle meraviglie. Il vero nome di Lewis Carroll è Charles Lutwidge Dodgson, Inglese con origini Irlandesi di famiglia anglicana conservatrice. Destinato ad una carriera nell’esercito o nella chiesa, come da tradizione per gli appartenenti alla classe medio-alto borghese dell’epoca, Carroll fu reverendo, docente di matematica, logico, scrittore, poeta e soprattutto fotografo. Le vicende biografiche sono ormai note e con esse la loro ambiguità a causa delle poche fonti certe su cui fare riferimento. Alice nel paese delle meraviglie e Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò sono i testi più conosciuti dell’autore Inglese. Alla sua morte però, avvenuta nel 1898, furono trovati trentatre album, dodici dei quali contenenti sue fotografie. Si tratta di circa settecento immagini, di cui solo una parte sono state pubblicate - nel video linkato una serie di immagini di Carroll, l’ultima della sequenza è un falso. Perché parlare di Lewis Carroll come fotografo? Perché la sua vicenda di fotografo è estremamente significativa per la comprensione del personaggio e della sua opera letteraria, oggi diventata anche cinematografica. Fu proprio nel 1863 e 1864, fra la nascita e la pubblicazione di Alice nel paese delle meraviglie, che va situato il periodo più fertile della sua attività di fotografo, ormai indissolubilmente legata alla sua opera poetica. Nel 1863 il procedimento al collodio - padre delle “attuali” pellicole negative - compiva solamente ventidue anni e Carroll apparteneva già alla categoria dei grandi nomi della storia della fotografia insieme ai contemporanei Oscar Rejlander - che proponeva già allora fotomontaggi, perlopiù onirici e surreali, di grande impatto - e Julia Margaret Cameron - altra grande ritrattista. Tra il maggio 1856 e il luglio 1880 Carroll fotografava vescovi, professori, artisti, scrittori, attori e attrici, perlopiù soggetti dettati dallo snobismo dell’epoca. Tra i vari personaggi troviamo Rossetti, Ruskin, Browning e molti altri. I suoi ritratti denotano semplicità e naturalezza, si asteneva da stereotipi e convenzioni. Le ambientazioni erano modeste - un muro, un giardino, delle scale - e preferiva scattare fotografie di persone nella loro interezza. In numerosi testi Carroll, attraverso il suo humour tagliente, esprime le disillusioni, le difficoltà, le incomprensioni a cui andava incontro il cultore della nuova arte e stigmatizza l’ambiguo atteggiamento che la borghesia Vittoriana aveva nei confronti di essa. Ne era fortemente attratta e esigeva ritratti edulcorati, compiacenti e ritoccati. Quanto poco, in sostanza, è cambiato da quell’epoca! Tutto mutò radicalmente dal momento in cui Carroll puntò il suo obiettivo su di un’Alice in carne e ossa. Egli seppe immortalare l’eroina della sua Alice non solo con il suo straordinario racconto, ma anche con i suoi ritratti, autentici capolavori. Alice fu la prima di una serie di “amiche-bambine” che rappresentava per l’autore “l’immagine impressa di colei che, nel mio cuore, fu la mia amica-bambina ideale nel corso degli anni” - tratto dal libro Lewis Carroll photographe ou l’autre coté du miroir di Bressai, 1970. Ebbe molte altre amiche-bambine e in alcuni casi produsse anche una serie di nudi che vennero restituiti alle rispettive fanciulle alla morte del poeta. Di che natura era il fascino che le bambine esercitavano su Carroll? Non è questa la sede per approfondire questo “caso” già indagato da psicoanalisti Americani e Inglesi. Carroll amava attraverso ciascuna fanciulla un istante fugace, effimero, quel breve istante dall’alba tra il giorno e la notte. Tutte le amiche non erano che un medium per catturare un tale istante e fu grazie a loro che il poeta poté serbare un animo infantile. Denudare bambine è un atto estremamente ardito, ancor di più se compiuto da un pastore anglicano nell’Inghilterra Vittoriana. Carroll, precursore e innovatore in tanti settori, lo fu anche nella rivendicazione e nel culto della nudità integrale e di una morale libera, senza pregiudizi né costrizioni. (1/CONTINUA...)
Lunedì 08 Marzo 2010 20:06 | Author: Alessio il Sognatore |
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(...CONTINUA da Lady Oscar (1a Parte)) L’opera d’arte è sempre un punto di vista, è lo sguardo di un individuo nella sua unicità, di un essere umano con determinate caratteristiche e specificità di questa o di quella cultura, con questo o quel passato storico artistico, di questo o quel sesso. Il genere a volte è la chiave di lettura, a volte non ha alcun riferimento. Ciò che accade spesso è il processo secondo il quale “il pensiero della differenza viene interpretato come appartenenza e non come liberazione dai vincoli di genere”. E’ il dialogo, il confronto senza discriminazione che conta, oggi ancora difficoltoso persino nella grande e potente America, e riconosco l’importanza della consacrazione della Bigelow in quanto evidente evento simbolico utile alla lotta contro ogni forma di discriminazione. Ciò che resta di The Hurt Locker è un film potente, forse non il mio preferito, ma splendidamente realizzato nei vari aspetti. Antibellico come lo sono stati Platoon, Full Metal Jacket o Apocalypse Now. Il cinema, si sa, è sempre stato una questione tra uomini. Uomini che guardano il mondo, che raccontano storie, che posano il proprio sguardo sulle donne. E’ così da 80 anni e l’immaginario in cui tutti noi siamo immersi nasce da questa che è l’unica storia del cinema esistente. Dal film noir tipicamente Hollywoodiano, con la sua misoginia da dopoguerra, alla perdita d’identità che percorre avanti e indietro il cinema mondiale, oggi “gli uomini e le donne del grande schermo vivono la paura di una soggettività dissolta, individui senza più certezze, non più appartenenti ad una classe, ad un gruppo, ad una specie, ma singolarità vaganti, abbandonati anche dalla rappresentanza politica, che non trovano rifugio e pace nello status (trans)gender”. Sembra che l’uomo per identificarsi debba ridefinirsi in rapporto alla donna che ha di fronte. Jeff Bridges, Oscar come miglior attore protagonista in Crazy Heart - il cui trailer è linkato - è un cantante folk caduto in disgrazia e intrappolato nella tela dell’alcolismo che deve fare i conti con una Maggy Gillenhal nei panni di una donna e madre tanto delicata e sensibile quanto dura e intransigente per necessità. Una figura femminile non più debole di fronte ad un essere maschile in evidente difficoltà, al contrario di ciò che accade dalle nostre parti. Nel cinema Italiano infatti la tendenza è quella di proporre personaggi femminili repressivi, sentinelle della stabilità affettiva, sempre alla ricerca di “padri affidabili” e sempre alle prese con uomini inadeguati al ruolo di adulti - pensiamo ai film di Moccia, Muccino e Ozpetek ad esempio. E’ Sandra Bullock ad aggiudicarsi il premio Oscar come miglior attrice protagonista per il ruolo in The Blind Side - solo sabato aveva ritirato l’antiOscar, il Razzie Award, per la sciagurata interpretazione da protagonista in All about Steve - oltre ad aver conquistato nel 2009 il titolo di prima donna del cinema ad avere superato i 200 milioni di dollari in vendite di biglietti. Insomma, dalle signore B giungono segnali forti e il cinema d’Oltreoceano si fa carico di una nuova spinta al dialogo soprattutto in rapporto al ben noto Medio Oriente. In alcuni Paesi di quest’area geografica la donna vive ancora in condizioni di vita estreme. In Arabia Saudita per esempio la repressione nei confronti del sesso femminile non ha paragoni, i rapporti uomo/donna sono contraddittori, il regime teorizza il totale apartheid femminile, il muttawa - divieti della legge canonica - sono lo scudo per uomini da dietro il quale commettere abusi di ogni genere. Le donne che lavorano in Arabia Saudita sono il 5% e possono accedere solo ad alcuni lavori. In questo Paese è vietato loro persino di mettersi alla guida di un’automobile e per uscire di casa devono essere accompagnate da un guardiano di sesso maschile. “A impedire la libertà delle donne non è la religione, ma i religiosi che in Arabia Saudita hanno imposto l’interpretazione più oscurantista del Corano”. Non c’è bisogno di andare lontano per comprendere che non è il potere in sé, religioso o politico, il cancro, quanto piuttosto l’uso o l’abuso che di esso ne viene fatto. In Italia il corpo, quello sociale come quello della donna, viene fatto a pezzi da Presidenti, Ministri e dai loro amici. La battaglia per i diritti è violenta e dolorosa. Speriamo che la vicenda del duo Bigelow-Bullock porti un contributo, di qualunque tipo. Concludo questa riflessione su qualche aspetto della tematica-donna chiedendo il vostro contributo al ragionamento e segnalando una mostra: Donna, avanguardia femminista degli anni ’70, presso la Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma e a cura di Gabriele Schor e Angelandreina Rorro. Mi ha incuriosito la presenza di diverse opere fotografiche di autrici celebri quali Francesca Woodman e Cindy Sherman, che mi hanno riportato alla memoria l’attività e la vita di altre autrici altrettanto affascinanti per biografia e produzione quali Nan Golding e, più indietro nel tempo, Dorothea Lange e Tina Modotti. Ma questa è un’altra storia e se volete un giorno ne potremo parlare!
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Anche i Soliti Sognatori festeggiano l’8 marzo. E festeggiamo l’8 marzo perché siamo Sognatori. Sogniamo la buona poesia, la giusta politica, lo sport emozionante, il bel cinema e, se ce lo concedete, sogniamo anche la donna. Anzi, sogniamo per e soprattutto con la donna. E per gli appassionati cinefili quale sogno più grande, per ambo i sessi, se non la conquista del premio Oscar? Ieri notte Kathryn Bigelow ha ricevuto la statuetta più ambita, quella per la miglior regia, per la prima volta nella storia consegnata nelle mani di una donna - prima di lei sono arrivate ad un passo dalla storia Lina Wertmuller, Jane Campion e Sofia Coppola. Non solo, il suo film, The Hurt Locker - il cui trailer è linkato - si è portato a casa altre cinque statuette. Miglior film, miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio, miglior montaggio sonoro e miglior mix sonoro. Regia, sceneggiatura e montaggio: una consacrazione totale per un film a basso costo e che non sbaglieremmo poi molto a definire “d’essai”. Un film duro per gli occhi e per lo stomaco, un incubo lucido, un rigetto fisico della follia della guerra e dei suoi effetti devastanti su cuore e mente di militari e civili. Un manifesto contro ogni forma di conflitto armato. Una regia nevrotica, instabile, eppure estremamente curata nel suo essere essenzialmente fondata sullo stile delle riprese documentariste impegnate in prima linea. Imponenti l’uso dello zoom e delle panoramiche “a schiaffo”. Un cinema di combattimento e di sperimentazione, femminista e in antitesi con un certo cinema di consenso “femminile”. Basta questo - che in ogni caso non è poco - per vincere l’Oscar? No, ci vuole anche una competizione poco agguerrita. Tra i nominati a miglior film trovavamo infatti Avatar - più che prevedibile il suo flop per quanto riguarda gli Oscar più prestigiosi - A Serious Man - i Cohen hanno già vinto il premio con Non è un paese per vecchi - Tra le nuvole, District 9 - opera molto interessante - The Blind Side. I veri avversari sono stati però lo strepitoso Bastardi senza Gloria e Precious, film rivelazione dell’anno. Il “povero” Tarantino ci dovrà riprovare, anche se onestamente appare chiaro come il suo film meritasse qualche riconoscimento in più oltre a quello assegnato al pur straordinario Christoph Waltz, premiato come miglior attore non protagonista. Ma si sa, il premio Oscar, per quanto prestigioso, rimane comunque una messa in scena autoreferenziale del potere dell’industria cinematografica delle majors Americane. Allora il premio alla Bigelow rappresenta un segnale importante, una forte inversione di marcia, quantomeno apparente. Dopo l’exploit Bollywoodiano di The Millionaire, ecco un film a basso costo, uno sguardo d’autore, per di più al femminile. Il coup de théatre è proprio lì, ad un passo, pronto su un piatto d’argento. A pensarci bene The Hurt Locker, come accennato in precedenza, è sì un film firmato da una donna, ma non certo un film per la donna né tantomeno sulla donna. Lo stile e lo sguardo che propone sono di genere non femminile, senza dimenticare che stiamo parlando di un film che racconta la vicenda di alcuni soldati Americani invischiati corpo e anima nel pantano della guerra in Iraq. Sembrerebbe addirittura un film tutto al maschile, e forse anche per questo motivo tanto apprezzato dalla fallocentrica Hollywood. La sceneggiatura porta la firma di Mark Boal - compagno nella vita di Kathryn Bigelow - già autore dell’articolo da cui è stato tratto il lungometraggio Nella Valle di Elah. Un film quindi che abbatte le divergenze di genere uomo/donna, che sovverte lo stereotipo di quello che ci aspettiamo da una presenza femminile dietro la macchina da presa ed espone l’Academy ad un necessario momento di analisi della propria industria. La stessa Bigelow dichiarava già nel ’87 che “l’obiettivo è che non esistano distinzioni tra un film diretto da una donna e uno diretto da un uomo”. Oggi è riuscita nel suo intento, anche se “per una donna la strada è stata più lunga”. Considero la non militanza della Bigelow, esterna alle vicende dello “sguardo femminile”, una prova di forza. La sua vittoria di (trans)genere ne è la conferma, l’emancipazione è realmente applicata. (CONTINUA in CINEMA…)
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Avatar in 3D: Disciplinato, (sovra)Dimensionato, (pre)Destinato. Siamo tornati indietro di 114 anni. Questa è una provocazione, è vero, ma ero pieno di speranze per questo film e invece mi rendo conto con dolore di essermi solo illuso. Quello linkato è il video che dovrebbe supportare la mia tesi. Nel gennaio 1896, a pochi mesi dalla prima proiezione della storia del cinema, i fratelli Lumière propongono al pubblico L’arrivée d’un train à la gare de Ciotat. Ciò che le carte storiche raccontano è la reazione provocata da quella celebre proiezione. Il pubblico che affollava la sala pensò realmente che il treno potesse uscire dallo schermo, piombando in sala, e reagì con stupore scomposto, al limite dell’isteria. Più o meno fedeli all’accaduto, le testimonianze mostrano in ogni caso quanto a quel punto la magia fosse già diventata realtà. Era nato il cinematografo. Per assistere alla nascita del cinema però, intendo come arte e linguaggio, si sarebbe dovuto attendere ancora qualche anno grazie all’invenzione del montaggio - come concetto - da parte di personaggi come Griffith, Ejsenstein e Kulesov. Cosa c’entra Avatar in tutto ciò? C’entra poiché siamo stati protagonisti anche noi di una vicenda simile, proprio come gli spettatori di allora. Con Avatar è stata scritta una nuova pagina della storia del cinema. E noi eravamo lì a fremere, a reagire con meraviglia, con stupore, a vivere la magia con gli occhi intrisi della gioia di un bambino. Un piacere fisico, raro da molto tempo a questa parte. E poi? E poi niente. Fine del numero di prestigio. Ora non ci resta che attendere che qualcuno inventi qualcosa e dia un senso ad una tecnologia finora poco più che da baraccone. Ma c’è ben poco da inventare. Bastava davvero poco per rendere Avatar un capolavoro, bastavano anche meno di 3D - già nel 1936 Louis Lumière aveva adattato il procedimento delle immagini stereoscopiche al cinematografo, anche se poi la tecnica rimase marginale all’interno della produzione. La prima D: Disciplinato. Avatar è un film disciplinato nel senso in cui è sottomesso alla disciplina della tecnica. La sceneggiatura debole e poco convincente è sopraffatta dalla sovrastruttura tecnologica che tutto domina e per cui ogni elemento è stato creato. I personaggi sono tratteggiati e poco incisivi. La lettura politica dell’opera non si rivela efficace. Il colonialismo Imperialista è cliché storico, le sfumature animiste ed ecologiste sono superficiali. Ciò che resta è soltanto una lotta in cui si fronteggiano concetti come tecnologia e cultura, capitalismo e mondo libero, cinema dello spettacolo e cinema d’essai, Terra e Pandora. Nel film è proprio quest’ultima a trionfare, sui terrestri, sulla trama, sui personaggi e su tutto il resto. Pandora è il vero protagonista. Pandora è il film, il cinema. E dunque Avatar è anche simbolo di un Imperialismo iconografico a stelle e strisce che il Canadese James Cameron alimenta contaminando l’intero pianeta Terra con il suo kolossal. Nel film Pandora rigetta l’attacco portato alla sua stessa esistenza da parte dei terrestri, ma non senza accoglierne in qualche modo il seme. A violenza risponde violenza. Chissà se negli anni a venire il cinema ed il suo mercato reagiranno allo stesso modo nei confronti di una certa politica cinematografica. La bellezza delle immagini però è incredibile e allora tutto diviene giustificabile. Puro spettacolo. Spettacolare poiché nato proprio per esprimere prepotentemente nient’altro che questo: lo spettacolo, il predominio dell’immagine. (1/CONTINUA...)