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Il nastro bianco

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Il nastro bianco ha vinto l’ultima Palma d’Oro a Cannes e non mi stupisce affatto, anche se, lo ammetto, non ho visto gli altri lungometraggi in concorso. Dico ciò perché non si vedeva da molto tempo un film come questo, così immerso in una dimensione “altra” che non è arte, non è poesia, non è nemmeno il cinema stesso. Haneke racconta le vicende di un villaggio Protestante Tedesco nel biennio precedente alla Prima Guerra Mondiale. Un luogo in cui accadono fatti orribili che destabilizzano la quiete apparente della comunità senza tuttavia scalfirla. E’ una storia che parla di violenza, di educazione, d’integralismo e di repressioni in una società che con i suoi principi ossessivi di disciplina, con le sue punizioni e i suoi castighi percuote fin dentro l’anima i propri figli.
L’autore procede lentamente nel percorso di svelamento delle apparenze. Le meschinità e le deviazioni degli individui coinvolti, adulti e giovani allo stesso modo, sono lasciate emergere come bolle d’aria che dalle profondità risalgono in superficie, discrete e implacabili. L’autore non coinvolge, non giudica, non mostra mai crudamente le efferatezze e gli abusi, psicologici o meno. Li lascia intendere, nello stesso modo in cui tratteggia le conseguenze che essi producono. E sono conseguenze terribili, se si pensa che i giovani in questione costituiranno, di lì a breve, la generazione Nazista. E’ importante sottolineare come Haneke non riduca le cause dell’ascesa Nazista ad un unico contesto di conflitto famigliare o di violenze domestiche. Piuttosto ci propone un momento di riflessione sulla natura dell’uomo e dei suoi rapporti con il proprio simile. Nello specifico indaga le strutture deviate di un sistema di educazione dei figli fondato sul rigore e sull’eccessiva severità nel rispetto di dogmi religiosi e sociali. Una sorta di monito contro ogni genere di fede integralista, che sia di tipo religioso, politico o scientifico.
Il nastro bianco è una pellicola monocromatica, dalla fotografia elegante, corposa, quasi ingombrante poiché ricca di toni, soprattutto nelle basse luci. Sono immagini dai contrasti mai estremi eppure sempre brillanti e ben bilanciati. Il bianco e nero di Christian Berger è di una bellezza rara, spesso cupo, sottoesposto. I volti e i luoghi hanno la materia delle antiche stampe dagherrotipiche ed enfatizzano sia il clima di ieraticità in cui è immerso il film sia la regia di per sé austera e essenziale. Inoltre Haneke rinuncia al commento musicale, focalizzando l’attenzione sulle voci dei protagonisti e sui rumori dell’ambiente. E’ capace di ricreare in questo modo quello che potrei definire un “discorso dell’anima”. Come spesso avveniva in Bergman, Haneke struttura la sua opera in modo romanzesco appoggiando la drammaturgia sulle spalle di un “io narrante”, compone le sequenze secondo un rigido codice dalle inquadrature raffinate e lavora efficacemente con il volto degli attori dalla cui superficie emergono costantemente le più intime vibrazioni psicologiche ed emozionali.
Haneke ci mette in guardia dal pericolo di ogni forma di estremismo e sollecita ciascuno di noi ad interrogarsi, a mettersi in discussione, a ripensare al proprio rapporto con l'altro, con i propri figli, con se stesso, poiché è proprio lì, proprio scrutando dentro se stessi che è più difficile scorgere il “germe del male”. E la violenza non genera che violenza. Guardo il mondo di oggi, le nostre figure guida, i nostri maestri, e in buona parte di essi vedo uomini timorati e sedimentati nei propri falsi ideali, ciechi di fronte all'anarchia morale che propinano come dottrina o filosofia di vita. Anche questa è una forma estrema, anche questa è violenza.

Commenti

avatar Gianluigi
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guardando il mondo di oggi ,si capisce come sia potuto accadere ,come se ne siano create le condizioni giorno dopo giorno nella "normalità " del quotidiano .
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Oggi, Lunedì 20 settembre

Alle ore 21

In Cittadella, Aosta

 

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Proiettato venerdì al MOUNTAIN PHOTO FESTIVAL

 
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