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Che cos’è un dybbuk? Esiste davvero? E poi dove si trova lo shtetl in cui è ambientato il prologo di A Serious Man? E quando accade la vicenda? Ci si pone numerosi interrogativi al termine di un prologo stimolante e misterioso. Quello dell’aneddoto di testa come fonte d’ispirazione per la drammaturgia è un procedimento tipico dello stile Coen, ma questa volta esso spazza via ogni logica narrativa. Dove, quando, chi? Che cosa c’entra con il resto dell’opera? Come finisce? La risposta è: non so, nessuno può saperlo, è il principio di indeterminatezza, come direbbe il protagonista. Ma soprattutto, che importanza ha? E’ solo una storia.
Dalla vicenda oscura di un popolo lontano di antica lingua yddish al Mid West Americano anni ’60 in un solo stacco lungo quasi cent’anni, per raccontare una storia evidentemente autobiografica. I fratelli Coen fanno i conti con le con-trad(d)izioni della loro cultura Ebrea e con il loro passato prendendo qualcosa della vita d’ogni giorno, “senza trama e senza finale”, per dirla alla Cechov, e riversandola in una pellicola esilarante, acida ed anarchica. Come nel migliore dei Woody Allen, la cultura Ebrea è indagata con ironia e cinismo, e messa in scena in un teatro dell’assurdo tipico della poetica Coen. I loro protagonisti solidi e strutturati all’interno dei personaggi esistenzialisti, talvolta nichilisti, grotteschi, inconsapevolmente condannati alle proprie deviazioni. Ma d’altra parte chi di noi non lo è?
Meno estremo rispetto alla dimensione allucinata di Burn After Reading, A Serious Man non manca di stupire per la sarcastica crudeltà in cui sono immersi i personaggi. La medio e piccola borghesia Ebrea è in difficoltà. Larry è professore di fisica in una modesta cittadina. Ha poche pretese, forse per lui una vita ordinaria non è il peggiore dei mondi possibili. Larry ha un figlio, che fuma spinelli, anche nel giorno del suo barmitzvah, e ascolta musica rock, anche durante le lezioni di yddish. Larry ha anche una figlia e una moglie. La prima si lava i capelli - nel film sembra non avere altri interessi - e gli spilla soldi. La seconda pretende un divorzio rituale per risposare con un amico di famiglia.
A casa non va e il lavoro non soddisfa. Larry è messo in crisi, inadatto a combattere su più fronti e perde il controllo di una vita dispettosa, che risponde al disegno malizioso e un po’ sadico della diade Joel ed Ethan. Nessun avvocato, nessun rabbino, nessun dio è in grado di trovare una parola, un gesto di conforto per il povero Larry. L’uomo è solo, infine, sempre e comunque. Così la pellicola si tinge di nero e le risate che essa provoca nello spettatore si fanno sempre più amare. Persino gli elementi cinematografici concorrono alla tortura a cui sono sottoposti i personaggi.
Le inquadrature, precise e studiate nei particolari, asettiche, confinano spesso il personaggio in un universo alienante, immobile, che si esaurisce all’interno di un quadro denso di solitudine. I colori pastello e l’illuminazione fredda tendono ad enfatizzare questa sensazione. Inoltre sono rintracciabili all’interno della struttura filmica gli elementi del genere comedy, noir, thriller e addirittura del disaster movie, seppure accennato. Il povero Larry non ha pace, destabilizzato e assediato da ogni punto di vista. Neanche il finale, inquietante e misterioso quanto il prologo, è in grado di determinare una conclusione. La nostra vita è in bilico tra apatia e follia, tra incapacità di comprendere e affrontare la realtà e impossibilità di evadere da essa. Sarà meglio imparare a restare in equilibrio.
Un dybbuk è uno spettro e sì, forse esiste davvero. Lo shtetl è situato nella Polonia del secolo scorso e sì, forse la vicenda è davvero esistita, fosse anche solo dentro la fantasia dei Coen. Il prologo è una parabola e proprio in virtù di questo offre la chiave di lettura del lungometraggio su cui son trasferite le medesime proprietà. Ecco le risposte a tutti gli interrogativi. E’ solo una storia, senza trama e senza finale. Ma le risposte non bastano - o non servono - mai e i Coen lo sanno bene. Come ogni grande artista guardano bene la vita. Dicono sommessi “sicché questa è la vita, eh?” e la raccontano come meglio riescono.
Martedì 15 Dicembre 2009 18:50 | Author: Alessio il Sognatore |
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A volte capita che la pista di un piccolo circo sia il luogo più pericoloso del mondo. Così come il cinema e, senza dubbio, anche la vita. Questione di punti di vista, è evidente. Ma questa volta il soggetto su cui convergono i più vari punti di vista è il nuovo film di Jacques Rivette e il verdetto è unanime. Un film antico, nobile, umano. Un film che rispetta i tempi dello sguardo e del pensiero. I piani sono lenti, apparentemente semplici, svuotati dalle articolate sintassi di montaggio e senza l’invasiva prepotenza di primi piani reiterati. Gli elementi si compongono in un’armonia leggera, i quadri in una danza che misura lo spazio fuori e dentro l’uomo. Fuori e dentro lo schermo. Il tutto in un movimento perpetuo di osmosi che infrange quella sottile membrana sempre in bilico tra vita e arte. E’ l’autore che parla direttamente con lo spettatore, lo invita educato, lo accoglie con delicatezza e si lascia possedere in tutti gli aspetti audiovisivi. La partecipazione è totale, a livello di pensiero e di emozione. Ecco, forse, la più grande forma di cinema tridimensionale. Ma d’altra parte è questa la forza dei grandi autori. Rivette, classe 1928, è tra i piùgrandi interpreti cinematografici di sempre. Il suo film è fiero e umile, vagamente letterario e profondamente riflessivo. L’azione è ridotta all’osso e sia la regia che la scenografia sono spogliate di inutili orpelli. I dialoghi, mai precipitosi, sono però sostenuti da una recitazione a tratti poco credibile e straniante. Tuttavia l’imponente presenza scenica, in termini di energia vitale e di vibrazioni poetiche, dell’attrice Jane Birkin e dell’ottimo Sergio Castellitto restituiscono la giusta dimensione di veridicità. L’astrazione è così completata. I limiti sono infranti. Il gioco tra vita e arte è svelato. Sotto il trucco è carne viva. E i protagonisti di Questione di punti di vista sanno che le ferite non si curano con un trucco. Non c’è trucco, tutto è verità, tutto è vita proprio là dove la vita è finzione, spettacolo. Kate, interpretata da Jane Birkin, ritorna al piccolo Circo di provincia, a conduzione famigliare, dopo anni di lontananza. Un esilio forzato come condanna autoinflitta. Ma è ancora troppo forte il ricordo di quella disgrazia avvenuta tanti anni prima ed il ritorno diventa una pena. Il caso però ritorna sempre e mette a posto i conti. Un misterioso viaggiatore italiano, Vittorio/Castellitto, si invaghisce di Kate e della sua compagnia e ne condivide per qualche giorno le vicende. L’incontro con Vittorio è decisivo, per Kate, come per il resto della compagnia. Un po’ voyeur e un po’ protagonista, un po’ psicologo e un po’ perditempo, Vittorio si aggira, si intromette più o meno legittimamente nella vita deglia altri e ne muta le sorti. E’ come al cinema: uno si imbatte per caso in un film, ne rimane affascinato, si lascia coinvolgere, si lascia possedere per un po’ e se la relazione, se l’osmosi funziona accade che qualcosa dentro muti irrimediabilmente. Ecco che vita e arte si abbracciano. Ma quanto è legittimo? Quanto farà male? Qual è la funzione dell’arte? E quella dela vita? Vita e arte sono solo parole. E’ l’interazione creata dalle parole che conta. Quanto siamo disposti a lottare per essa?
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Avevo da poco compiuto sette anni, ed ero in vacanza con i miei genitori. Era arrivato il momento di acquistare la mia prima cassetta per il walkman appena regalatomi e di cui andavo tanto fiero. Girai tra gli scaffali del negozio di musica di Loano e scelsi. M’incuriosiva quella particolare copertina, con occhi penetranti, colori sgargianti, su sfondo scuro. Il nome dell’autore aveva già qualcosa di famigliare. Dangerous, di Michael Jackson, era la mia scelta. Fui folgorato, ero un bambino totalmente innamorato di quei suoni, imparai a memoria come poesie quella serie di indimenticabili brani. Non so se per intuito o per fortuna avevo scelto un capolavoro della musica. Da Jam, Why you wanna trip on me, Remember the time, fino a Will you be there, passando per Heal the world e Black or white. Si può chiedere di meglio ad un artista? Ascoltai quella cassetta fino allo sfinimento, fino a che il nastro magnetico non presentò le prime inevitabili imperfezioni, e la misi colpevolmente da parte.
Questo breve amarcord è stato il mio primo pensiero quando sullo schermo sono apparse le immagini di This is it, il film di, o con, o per Michael Jackson. Per commentare questo film-non film è necessaria questa premessa. Non è un film, non esistono personaggi, una trama, un soggetto. E’ stato definito un documentario, ma non lo è. Non c’è una tesi da portare avanti, un’indagine su cui concentrarsi, non esiste un fatto da analizzare o su cui porre l’attenzione. Non è una biografia, della sua carriera e della sua altalenante vita non viene accennato nulla. This is it è un toccante ricordo, è un regalo che ci viene fatto, un omaggio al Michael Jackson artista. Sul palco, ma dietro le quinte. Le immagini infatti sono state scelte tra le centinaia di ore registrate dal regista - sia di This is it che del concerto mai andato in scena - Kenny Ortega durante i mesi di prove per i concerti che avrebbero dovuto aver luogo a Londra in estate. Diventano un regalo al pubblico del mondo intero che per le due settimane in cui This is it è stato nei cinema ha potuto emozionarsi, ricordando quanto questo controverso personaggio sia stato unico per la musica e la cultura pop. Ci si rende conto di quanto la musica di oggi sia diretta emanazione dell'opera di MJ. Madonna, Rihanna, Beyoncé, fino al suo erede naturale, Justin Timberlake.
This is it inizia con la selezione del corpo di ballo che avrebbe dovuto accompagnare Michael. Centinaia di ragazzi in attesa di lottare per pochi posti al fianco del loro idolo. Michael Jackson è un punto di riferimento e, anche se smagrito e invecchiato, sul palco dimostra(va) un’energia inaspettata e soprattutto di essere ancora il migliore. Cresce il rimpianto per non aver potuto veder compiuto il suo “concerto perfetto”. MJ voleva regalare qualcosa di straordinario, qualcosa di mai visto prima. Ogni canzone una coreografia complicata, un allestimento scenico sbalorditivo, effetti speciali in grado di stupire. Jam, They don’t care about us, l’assolo di I just can’t stop loving you, il video gangster di Smooth Criminal, quello toccante di Earth song e quello vintage dei Jackson 5. E poi lo storico balletto di Thriller,Beat it, Black or white, i duetti, i moonwalker e i fuochi d’artificio. Fino al momento in cui, solo sul palco, Michael regala ai ballerini, estasiati, esaltati, ai suoi piedi, una versione batticuore di Bille Jean. Lo spettatore viene coinvolto dalla cura con cui Jackson affrontava ogni minimo particolare, la perfezione che pretendeva in ogni aspetto del suo show, da ogni componente del suo staff. Voleva maniacale precisione, ma sempre “with L-O-V-E”. This is it si coclude con una struggente versione di Man in the mirror, inevitabilmente scende una lacrima. Per due ore ci siamo dimenticati di tutte le polemiche dell’ultimo decennio. Rimangono solo l’ammirazione per un artista inimitabile e la voglia di tornare a casa per cercare quella mitica prima cassetta.
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Il nastro bianco ha vinto l’ultima Palma d’Oro a Cannes e non mi stupisce affatto, anche se, lo ammetto, non ho visto gli altri lungometraggi in concorso. Dico ciò perché non si vedeva da molto tempo un film come questo, così immerso in una dimensione “altra” che non è arte, non è poesia, non è nemmeno il cinema stesso. Haneke racconta le vicende di un villaggio Protestante Tedesco nel biennio precedente alla Prima Guerra Mondiale. Un luogo in cui accadono fatti orribili che destabilizzano la quiete apparente della comunità senza tuttavia scalfirla. E’ una storia che parla di violenza, di educazione, d’integralismo e di repressioni in una società che con i suoi principi ossessivi di disciplina, con le sue punizioni e i suoi castighi percuote fin dentro l’anima i propri figli. L’autore procede lentamente nel percorso di svelamento delle apparenze. Le meschinità e le deviazioni degli individui coinvolti, adulti e giovani allo stesso modo, sono lasciate emergere come bolle d’aria che dalle profondità risalgono in superficie, discrete e implacabili. L’autore non coinvolge, non giudica, non mostra mai crudamente le efferatezze e gli abusi, psicologici o meno. Li lascia intendere, nello stesso modo in cui tratteggia le conseguenze che essi producono. E sono conseguenze terribili, se si pensa che i giovani in questione costituiranno, di lì a breve, la generazione Nazista. E’ importante sottolineare come Haneke non riduca le cause dell’ascesa Nazista ad un unico contesto di conflitto famigliare o di violenze domestiche. Piuttosto ci propone un momento di riflessione sulla natura dell’uomo e dei suoi rapporti con il proprio simile. Nello specifico indaga le strutture deviate di un sistema di educazione dei figli fondato sul rigore e sull’eccessiva severità nel rispetto di dogmi religiosi e sociali. Una sorta di monito contro ogni genere di fede integralista, che sia di tipo religioso, politico o scientifico. Il nastro bianco è una pellicola monocromatica, dalla fotografia elegante, corposa, quasi ingombrante poiché ricca di toni, soprattutto nelle basse luci. Sono immagini dai contrasti mai estremi eppure sempre brillanti e ben bilanciati. Il bianco e nero di Christian Berger è di una bellezza rara, spesso cupo, sottoesposto. I volti e i luoghi hanno la materia delle antiche stampe dagherrotipiche ed enfatizzano sia il clima di ieraticità in cui è immerso il film sia la regia di per sé austera e essenziale. Inoltre Haneke rinuncia al commento musicale, focalizzando l’attenzione sulle voci dei protagonisti e sui rumori dell’ambiente. E’ capace di ricreare in questo modo quello che potrei definire un “discorso dell’anima”. Come spesso avveniva in Bergman, Haneke struttura la sua opera in modo romanzesco appoggiando la drammaturgia sulle spalle di un “io narrante”, compone le sequenze secondo un rigido codice dalle inquadrature raffinate e lavora efficacemente con il volto degli attori dalla cui superficie emergono costantemente le più intime vibrazioni psicologiche ed emozionali. Haneke ci mette in guardia dal pericolo di ogni forma di estremismo e sollecita ciascuno di noi ad interrogarsi, a mettersi in discussione, a ripensare al proprio rapporto con l'altro, con i propri figli, con se stesso, poiché è proprio lì, proprio scrutando dentro se stessi che è più difficile scorgere il “germe del male”. E la violenza non genera che violenza. Guardo il mondo di oggi, le nostre figure guida, i nostri maestri, e in buona parte di essi vedo uomini timorati e sedimentati nei propri falsi ideali, ciechi di fronte all'anarchia morale che propinano come dottrina o filosofia di vita. Anche questa è una forma estrema, anche questa è violenza.
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Baarìa è un progetto ambizioso che mostra, come in una favola, le vicende di tre generazioni lungo un secolo di storia italiana. Il primo piano di un bambino dallo sguardo meravigliato, che si affaccia sullo schermo fino a “volare”, abbracciando l'intera Bagheria, apre l'ultimo capolavoro di Tornatore. I grandi occhi di Peppino evocano quelli di Totò in Nuovo Cinema Paradiso e proprio da questa visione “fanciullina” ci immergiamo dentro una pellicola in cui il regista torna a narrare della sua amata Sicilia. Una vicenda in cui il tempo è scandito dai grandi eventi, ripercorsi e tratteggiati rapidamente. La volontà dell'autore è rievocare un paese agricolo colmo di tradizioni che si tramandano negli anni nonostante la società sia in rapido mutamento. Da qui riaffiora il significato di Baarìa: “porta del vento”, una realtà contadina che con un soffio viene spazzata e vi subentra una città urbanizzata. L'antico nome fenicio di Bagheria evoca un suono magico e mitologico, si ha la sensazione di vivere in un luogo dal sapore arcaico, attraversato da storie monumentali ed infinite. Dal titolo, che evoca grandiosità, nasce un film “gigantesco” nelle forme e nei contenuti. Budget di oltre venti milioni di euro, centocinquanta minuti di pellicola e cast di duecento attori sono cifre di un gran film corale. La vita rurale attraversata dalla guerra, il padre di Peppino che trova consolazione nel cinema e nelle letture epiche, la militanza di Peppino nel Partito Comunista, l'amore per una donna e per i figli, le uova rotte e i serpenti neri che presagiscono maledizioni e morti sono solo alcune delle storie che accompagnano il film. L’essenza trasmessa da questo film è la realtà, che si deve vivere con le sue difficoltà, contrapposta al desiderio di poterla cambiare. Si tratta forse di speranza, anche se, come dice Peppino al figlio Pietro pochi istanti prima della sua partenza dall'isola “Crediamo di abbracciare il mondo, ma abbiamo le braccia troppo corte”. Da questo flusso tra vita e sogno è lo spettacolo a prendere forma, la magniloquente scenografia ricostruisce alla perfezione Baarìa e le singole inquadrature sovrabbondanti catturano il nostro sguardo che rimane incantato da tale bellezza. L'uso costante del dolly, le innumerevoli ellissi, insieme ai fotogrammi che citano film storici come Il buono, il brutto e il cattivo, mostrano la grande consapevolezza di un regista in grado di maneggiare e conoscere bene il mezzo cinematografico e il cinema. Le luci e i colori caldi rendono la fotografia di Lucidi estremamente densa, tale da riportare in alcune immagini la consistenza pittorica degli affreschi d’arte. Nella sequenza in cui il padre Cicco muore, la luce dal forte tono giallo che illumina la stanza colpisce solo il corpo morente del padre fino a dissolversi nel nulla ed oscurare tutto come in un dipinto di Caravaggio. Notevole la colonna sonora di Morricone che da malinconica diventa Felliniana e vivace. Baarìa rappresenta la nostalgia del ricordo che bisogna riassaporare, di quel mondo faticoso, ma pieno di vita, che il progresso, sprezzante verso sogni e aspettative, non ha saputo salvaguardare. Pellicola-omaggio alla storia italiana, alla terra del regista, ma anche al padre sindacalista, a cui s'ispira per il personaggio di Peppino. Tornatore rievoca in modo suggestivo quel mondo infantile che ha vissuto insieme al padre. Un mondo rurale in declino, rimpiazzato da un futuro sempre più incerto, senza quella luce innocente che risplendeva negli occhi del Peppino fanciullo, ma in qualche modo trasmessa al giovane figlio che, siccome fotografo, proprio attraverso gli occhi si accinge a raccontare questo nostro nuovo mondo - Tornatore nacque professionalmente fotografo. Eccoci di fronte alla sua definizione di film “più personale”.
Alexine (Studentessa Universitaria e appassionata di Cinema)