...BASTARDI SENZA GLORIA...
Basta che funzioniDopo la parentesi europea di Vicky Cristina Barcelona e della precedente trilogia londinese, Woody Allen torna dietro la macchina da presa nella terra a lui più cara: Manhattan, forse perché “era la sua città e lo sarebbe sempre stata” - dall’intro del film Manhattan. E' proprio in una New York rarefatta ed intima che il regista ambienta Basta che funzioni, sua nuova opera densa, scorretta e irriverente. E' un ritorno al passato. O almeno questo è ciò che sembra fin dalle prime battute del film. Da subito uno splendido Larry David, noto al pubblico d’oltre Oceano come attore di teatro e tv, ci porta nel cinico e disilluso universo fatto di delicati equilibri psicofisici di Boris Yellnikoff. Brillante ex fisico quantistico, mancato candidato al Nobel, il protagonista ora sopravvive come può, esiliato per scelta dall’uomo e dalle sue vicende, convinto delle proprie teorie pessimiste. Si tratta in sostanza del ritratto ben riuscito del personaggio tipicamente alleniano, delle sue virtù analitiche e sintetiche, ma anche delle sue angosce di uomo contemporaneo: sesso, religione, scienza, vita, morte e, come sempre e forse più di tutto, amore. Un ritratto, è vero, ma non solo. In effetti Larry David interpreta non tanto Boris Yellnikoff quanto piuttosto Woody Allen stesso, come una sorta di alter ego, emule nei gesti, nelle nevrosi, negli sguardi docili, ma guizzanti. Ma anche questo non è del tutto vero, pur mantenendo infatti l’ormai collaudata ironia tagliente e la vivida intelligenza, il protagonista, arguto, divertente e paradossale, è in qualche modo diverso. E' invecchiato, zoppo per via del tentativo di suicidio goffamente fallito, depresso, disilluso, insomma, di qualche tonalità distante da quell’istintivo umorista agrodolce del Woody Allen di Io e Annie o di Manhattan. E' come se le “cose per cui vale la pena vivere”, che Allen elenca nella famosa scena al termine di Manhattan, fossero sbiadite, piegate dai colpi della vita più o meno violenti, più o meno insuperabili. Tuttavia Boris, grazie ad un intreccio semplice, ma ben congegnato, ritrova felicità e amore. Il caso recita un ruolo fondamentale, mettendo in moto la drammaturgia e l’evoluzione dei personaggi che ci vengono mostrati in tutta la loro umanità, talvolta patetica, spesso surreale, ma pur sempre sincera e trasparente. Forse è proprio grazie a questo aspetto di prossimità con i tormenti che affliggono questi personaggi che Allen ci regala un’opera splendida. L’autore ammicca al pubblico, sia da dietro la macchina da presa che da davanti. Strizza l’occhio al cinema della Nouvelle Vague e dialoga direttamente con il pubblico come già in Io e Annie. Questa volta però il contenuto dei soliloqui è più maturo, consapevole, forte di un percorso faticoso, di una ricerca stilistica e individuale che ha coinvolto l’Allen regista/uomo, e di cui i progetti precedenti ne sono stati i frutti. Basta che funzioni è una sorta di forma pura, gli attori sono depurati dalle specifiche iconografiche - la sensualità della Johansson è sostituita dall’ingenuità dolce e fresca della Wood, Allen è sostituito da David - la regia è essenziale - prevalentemente interni di abitazioni o bar, intimi e mai claustrofobici - la fotografia ha toni caldi e contrasti smorzati. Basta che funzioni non è più un ritorno al passato, ma una nuova tappa del percorso di un regista, di un uomo che, come guardandosi allo specchio, abbraccia calorosamente il suo pubblico nel modo a lui più famigliare. E noi gli siamo grati. “Perché volete sentire la mia storia?” chiede Boris/Allen all’inizio della pellicola. Forse perché ne abbiamo bisogno, perché è una storia necessaria. Ma ammetto che, come risposta, questa frase “sa un po’ di cliché”, e so che per questo motivo Boris avrebbe riso anche di me. Read 1 Comments... >> |
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