Ma nel bene e nel male si tratta semplicemente del racconto di una serie di favole, di metafore visionarie, di ascensori sociali più o meno guasti. La fantasia, l’individuo, i suoi processi interni più o meno inconsci sono i veri ruoli dominanti. Ed è su questo terreno che Alice nel paese delle meraviglie propone i suoi elementi di forza. La paura di diventare grande, di fare i conti con il proprio corpo, con la propria sessualità, la difficoltà di abbandonare l’universo infantile sono solo alcuni dei temi affrontati. Burton ci offre una seconda opportunità - Alice è la seconda volta che si trova nel paese delle meraviglie, senza alcun ricordo dell’esperienza precedente - ci invita a ritornare laggiù, nel nostro profondo. Un omaggio a tutti coloro la cui infanzia è stata violata, deturpata più o meno violentemente, e più o meno psicologicamente. Un invito anche per tutti coloro che, al contrario di Carroll, non hanno saputo serbare un animo infantile, non come rifugio, ma come motore per l’esistenza. Tutto però è solamente un contentino. Alla fine si finisce sempre per essere ciò che si è destinati ad essere.
La rappresentazione filmica di questo splendido discorso difetta leggermente. Il 3D non porta un contributo significativo, la vena dark tipica del regista è strozzata, le visioni stile Burton sono tenute al guinzaglio marcato Disney - vedi la battaglia finale contro il mostro, roba da videogame, da gioco di ruolo, una vera e propria caduta di stile. Un gioco di specchi, si è detto, ma il discorso di doppi non riguarda solamente Burton e Carroll. L’intero film è contaminato dalla dialettica tra gli elementi. I mondi in cui si svolge la vicenda sono due, entrambi reali, anche se per certi versi opposti - come in parte anche ne La sposa cadavere. Nel mondo terreno i personaggi sono speculari rispetto a quello sotterraneo. Le due madri sono simili alle due regine - splendida la Regina Rossa, personaggio meglio riuscito della pellicola e nell’albo d’oro dei caratteri Burtoniani - il pretendente di Alice richiama qualche tratto del Cappellaio, le due sorelle pettegole - che ricordano il famoso ritratto delle due gemelle di Diane Arbus o le gemelle nello Shining di Kubrick - sono l’analogo di Pinco Panco e Panco Pinco, e via dicendo.
E’ proprio nel nostro mondo che abbiamo la possibilità di ritrovare quegli elementi fantastici, magici e rivoluzionari, e abbiamo il dovere di farlo. Credo che la voglia di Burton di raccontare questa storia fosse più forte di tutti i compromessi a cui si è più o meno dolorosamente piegato. Forse anche lui ha provato l’angoscia e il terrore di Alice “nel paese delle meraviglie” dinanzi alla prospettiva di risvegliarsi nel “paese degli incubi”. Di certo Burton e Carroll si interessano alle cose con lo spirito del bambino, due uomini di genio. Il genio, come affermava Beaudelaire, non è che l’infanzia ritrovata per un atto di volontà, un’infanzia fornita per esprimersi e per ordinare le esperienze del mondo.
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