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Lady Oscar (2a Parte)

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(...CONTINUA da Lady Oscar (1a Parte))
L’opera d’arte è sempre un punto di vista, è lo sguardo di un individuo nella sua unicità, di un essere umano con determinate caratteristiche e specificità di questa o di quella cultura, con questo o quel passato storico artistico, di questo o quel sesso. Il genere a volte è la chiave di lettura, a volte non ha alcun riferimento. Ciò che accade spesso è il processo secondo il quale “il pensiero della differenza viene interpretato come appartenenza e non come liberazione dai vincoli di genere”. E’ il dialogo, il confronto senza discriminazione che conta, oggi ancora difficoltoso persino nella grande e potente America, e riconosco l’importanza della consacrazione della Bigelow in quanto evidente evento simbolico utile alla lotta contro ogni forma di discriminazione.
Ciò che resta di The Hurt Locker è un film potente, forse non il mio preferito, ma splendidamente realizzato nei vari aspetti. Antibellico come lo sono stati Platoon, Full Metal Jacket o Apocalypse Now. Il cinema, si sa, è sempre stato una questione tra uomini. Uomini che guardano il mondo, che raccontano storie, che posano il proprio sguardo sulle donne. E’ così da 80 anni e l’immaginario in cui tutti noi siamo immersi nasce da questa che è l’unica storia del cinema esistente.
Dal film noir tipicamente Hollywoodiano, con la sua misoginia da dopoguerra, alla perdita d’identità che percorre avanti e indietro il cinema mondiale, oggi “gli uomini e le donne del grande schermo vivono la paura di una soggettività dissolta, individui senza più certezze, non più appartenenti ad una classe, ad un gruppo, ad una specie, ma singolarità vaganti, abbandonati anche dalla rappresentanza politica, che non trovano rifugio e pace nello status (trans)gender”. Sembra che l’uomo per identificarsi debba ridefinirsi in rapporto alla donna che ha di fronte.
Jeff Bridges, Oscar come miglior attore protagonista in Crazy Heart - il cui trailer è linkato - è un cantante folk caduto in disgrazia e intrappolato nella tela dell’alcolismo che deve fare i conti con una Maggy Gillenhal nei panni di una donna e madre tanto delicata e sensibile quanto dura e intransigente per necessità. Una figura femminile non più debole di fronte ad un essere maschile in evidente difficoltà, al contrario di ciò che accade dalle nostre parti. Nel cinema Italiano infatti la tendenza è quella di proporre personaggi femminili repressivi, sentinelle della stabilità affettiva, sempre alla ricerca di “padri affidabili” e sempre alle prese con uomini inadeguati al ruolo di adulti - pensiamo ai film di Moccia, Muccino e Ozpetek ad esempio.
E’ Sandra Bullock ad aggiudicarsi il premio Oscar come miglior attrice protagonista per il ruolo in The Blind Side - solo sabato aveva ritirato l’antiOscar, il Razzie Award, per la sciagurata interpretazione da protagonista in All about Steve - oltre ad aver conquistato nel 2009 il titolo di prima donna del cinema ad avere superato i 200 milioni di dollari in vendite di biglietti. Insomma, dalle signore B giungono segnali forti e il cinema d’Oltreoceano si fa carico di una nuova spinta al dialogo soprattutto in rapporto al ben noto Medio Oriente. In alcuni Paesi di quest’area geografica la donna vive ancora in condizioni di vita estreme.
In Arabia Saudita per esempio la repressione nei confronti del sesso femminile non ha paragoni, i rapporti uomo/donna sono contraddittori, il regime teorizza il totale apartheid femminile, il muttawa - divieti della legge canonica - sono lo scudo per uomini da dietro il quale commettere abusi di ogni genere. Le donne che lavorano in Arabia Saudita sono il 5% e possono accedere solo ad alcuni lavori. In questo Paese è vietato loro persino di mettersi alla guida di un’automobile e per uscire di casa devono essere accompagnate da un guardiano di sesso maschile. “A impedire la libertà delle donne non è la religione, ma i religiosi che in Arabia Saudita hanno imposto l’interpretazione più oscurantista del Corano”. Non c’è bisogno di andare lontano per comprendere che non è il potere in sé, religioso o politico, il cancro, quanto piuttosto l’uso o l’abuso che di esso ne viene fatto. In Italia il corpo, quello sociale come quello della donna, viene fatto a pezzi da Presidenti, Ministri e dai loro amici. La battaglia per i diritti è violenta e dolorosa. Speriamo che la vicenda del duo Bigelow-Bullock porti un contributo, di qualunque tipo.
Concludo questa riflessione su qualche aspetto della tematica-donna chiedendo il vostro contributo al ragionamento e segnalando una mostra: Donna, avanguardia femminista degli anni ’70, presso la Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma e a cura di Gabriele Schor e Angelandreina Rorro. Mi ha incuriosito la presenza di diverse opere fotografiche di autrici celebri quali Francesca Woodman e Cindy Sherman, che mi hanno riportato alla memoria l’attività e la vita di altre autrici altrettanto affascinanti per biografia e produzione quali Nan Golding e, più indietro nel tempo, Dorothea Lange e Tina Modotti. Ma questa è un’altra storia e se volete un giorno ne potremo parlare!

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Oggi, Lunedì 20 settembre

Alle ore 21

In Cittadella, Aosta

 

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The Cambodian Room

 

Proiettato venerdì al MOUNTAIN PHOTO FESTIVAL

 
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