Banner
HOME CULTURA / SPETTACOLO

...LA CULTURA DEL SOGNO...

Tv: Tubo Patetico

NOTIZIE CULTURA / SPETTACOLO

JavaScript disabilitato!
Per visualizzare il contenuto devi abilitare il JavaScript dalle opzioni del tuo browser.


Il lunedì è giorno dedicato alla famiglia, dopo i bagordi del sabato sera e il Campionato la domenica. L’inizio settimana è sempre faticoso, la sera quindi si resta a casa. La connessione ad Alice però non funziona e, aiuto, sono costretto a guardare la televisione. La tv - a mio avviso l’invenzione più utile del ‘900, spesso data per scontata - è un mezzo straordinario, la cui immediatezza e la facilità d’uso ne fanno uno strumento di comunicazione unico. Da troppo tempo però ormai la televisione non soddisfa più i miei le mie richieste. Un tempo il mio primo gesto, arrivato a casa, era l’agguantare il telecomando e accendere lo schermo, con la certezza di trovare qualcosa di interessante. Con l’aumentare delle serate passate davanti al Pc l’abitudine-telecomando è diventata obsoleta, passata, ma stasera sono costretto a fare i conti con ciò che offre la tv.
Niente Sky per me, solo decoder digitale. 125 canali dei quali 115 pressoché inutilizzabili. Canali dedicati a televendite, canali locali, alcuni criptati, altri a pagamento - quindi non visibili - non riescono ad occupare in maniera soddisfacente il mio lunedì sera. Quindi dopo un breve sondaggio in famiglia il verdetto è quasi unanime - manca il mio voto per raggiungere il consenso famigliare totale. Si guarda la diciassettesima puntata del Grande Fratello, “una puntata che ci lascerà tutti con il fiato sospeso” secondo la Marcuzzi, e subito “spontaneamente” parte un coro a lei dedicato: “Alessia, Alessia, Alessia”. Il GF è una trasmissione di successo, ad esempio lunedì 8 febbraio Canale 5 ha registrato un pubblico superiore ai 7 milioni di persone, secondo i dati Auditel - sul cui metodo di calcolare gli ascolti si può fare comunque un appunto, è perlomeno criticabile utilizzare un campione di sole 5000 famiglie, circa 14000 Italiani, per rappresentare l’intero Paese. Questo seguito è comunque rilevante in un momento critico per la tv Italiana, anche se buona parte della popolarità - soprattutto tra i giovani - è dovuta alla Gialappa’s e ai loro Mai dire GF. Anche chi non guarda il GF probabilmente si è imbattuto su Youtube in uno dei video degli aspiranti concorrenti - un video dei celebri “provini” è linkato.
La casa più spiata d’Italia ha attraversato molti cambiamenti. Mi appassionai alla prima edizione, alle novità. Dieci concorrenti, cinque uomini, cinque donne, tre mesi da passare rinchiusi senza alcuna interferenza, niente e nessuno che potesse entrare in contatto con i vari Pietro Taricone, Salvo il pizzaiolo, Sergio l’Ottusangolo. Giunti alla decima edizione, gli autori devono affrontare il problema della non-novità. Lo spettacolo è simile da anni, pochi sono i personaggi che dominano la scena e spesso sono quelli “sponsorizzati” dalla Gialappa’s. Il “Principe” George Leonard è la prova vivente di questo fenomeno. Portato alla ribalta da Mai dire GF e uscito dalla Casa ormai da un mese, viene inventata ogni settimana una scusa e gli viene data la possibilità di rientrare in contatto con gli ex coinquilini. L’uomo-share è la punta di diamante dello show insieme all’ironico e dissacrante Mauro e all’istericamente gay Maicol.
Per il resto dei concorrenti l’unico modo per farsi notare e fare ascolti è lanciarsi tra le braccia di un altro concorrente - basti l’esempio dell’inquilina Veronica, gran “limonatrice” che ha mietuto vittime in continuazione, uomini e donne, alla faccia del rapporto scandalo della prima edizione tra Cristina e Pietro. Mia madre, donna all’antica, si scandalizza ancora. Quanto può durare ancora questa televisione? Riprendiamoci il telecomando, è un nostro diritto.


Read 1 Comments... >>
 

Alda Merini

NOTIZIE CULTURA / SPETTACOLO

JavaScript disabilitato!
Per visualizzare il contenuto devi abilitare il JavaScript dalle opzioni del tuo browser.


Lascio a te queste impronte sulla terra
tenere dolci, che si possa dire:
qui è passata una gemma o una tempesta,
una donna che avida di dire
disse cose notturne e delicate,
una donna che non fu mai amata.
Qui passò forse una furiosa bestia
avida sete che dette tempesta
alla terra, a ogni clima, al firmamento,
ma qui passò soltanto il mio tormento.
Comincio così, con le parole di Alda. Hanno il tono dell’epitaffio. Apprendo la notizia della morte della poetessa dalla televisione, mentre sto cenando. Corro immediatamente tra gli scaffali della libreria dove trovo i suoi volumi e leggo ancora una volta i versi a me più cari, come assorto in una preghiera. “Non voglio che tu muoia, no. / Se tu tremassi nella morte, / io cadrei come una foglia al vento…”, e poi ancora “Eppure con le mie grida e i miei sospiri / ti uccido ogni giorno…”. Mi accorgo che la sua voce è forte dentro di me e ferisce, dolce e delicata, come solo la voce di donna è capace di fare. Grazie ai suoi versi ho conosciuto l’anima ed i suoi tormenti, amplificati in un “urlo inumano” che trova eco in una vita spesso troppo angusta, in cui subire gli affronti di un cuore instabile e di una mente fragile, “Fino a quando dovrò, mente dannata, / partorir la tua rima e la tua forza / onde per gioco mi giocò l’amore?”.
Alda era una donna fragile, ma capace di un coraggio immenso nell’affrontare il dolore, nel passarci attraverso e, senza difese, spogliarsene e rinascere ancora una volta, nuda contro la vita, “E poi ancora paura / sempre sempre paura, / finché il mare sommerge / questa mia debole carne / e io giaccio sfinita / su te che diventi spiaggia…”. Si dice che la Merini fosse la poetessa degli esclusi e non fatico a crederlo. Ho vissuto come tutti, nel mio piccolo, tormenti e sofferenze e quando, proprio in quei momenti, la solitudine ed il senso opprimente di esclusione dominano ogni respiro la voce di Alda, sempre fedele a se stessa, dà forma al dolore, lo prende per mano e lo scorta nel più profondo dell’anima, senza timore delle conseguenze, per poi svanirlo in un soffio di vita.
L’amore, la poesia, il dolore, i figli, la malattia mentale. Ogni sfumatura di Alda è densa, viscerale, ogni verso è un brandello di carne tinto del colore dell’anima, ogni gesto una stoccata, ogni amore una condanna, così distante dalla semplicità eppure così vicina a noi, immersa in una tanto condivisibile quotidiana e sanguinolenta schermaglia con la vita. “Ti amo e mi recludo nel mio silenzio, / ma ho paura, paura di me stessa, / di questi gigli orrendi di fame e di fango / che crescono nella mia mente.” poiché “Ho le stigmate e da sempre, / da quando cioè ho peccato / contro la dura sorte / con un momento d’amore”.
Anch’io ho amato Alda Merini, ho amato una donna. L’ho amata con amore di uomo e, in quanto tale, fui “…un rostro che ferisce a fondo / e punisce i pentimenti d’amore / allora io gli mostro le mie carni ferite / e maledico la sorte, / ma se il mio uomo sorride / io torno a fiorire e divento una bianca luna / che si specchia nel mare”. Ed è proprio contemplando il riflesso di questa bianca luna che il mio sguardo di uomo ha intravisto l’anima di una donna e, attraversandola, ne ha imparato i segreti svelando così a se stesso le proprie ombre, “…E mi domando dove Dio stia / in tanta collisione di anime, / come permetta questo odio senza rispetto…”. Ho cominciato con i versi di Alda e chiudo allo stesso modo, lasciandomi avvolgere ancora una volta nell’abbraccio di quella sua voce roca.
Perciò tu che mi leggi
fermo a un tavolino di caffè,
tu che passi le giornate sui libri
a cincischiare la noia
e ti senti maestro di critica,
tendi il tuo arco
al cuore di una donna perduta.
Lì mi raggiungerai in pieno.


Read 2 Comments... >>
 

As I Was Dying (Fotografia)

NOTIZIE CULTURA / SPETTACOLO

JavaScript disabilitato!
Per visualizzare il contenuto devi abilitare il JavaScript dalle opzioni del tuo browser.


Qualcuno di voi ricorda l’ultimo sogno che ha fatto? Sono certo di sì. E sono certo che se vi chiedessi di raccontarlo comincereste così: “Mi trovavo in una stanza, c’era una sedia in un angolo e una porta al fondo, aprii la porta e…”. Oppure così: “Camminavo su di un marciapiede affollato, tutte le persone guardavano alle mie spalle, io mi voltai e…”. Quando un uomo racconta un sogno, qualunque sia il contenuto, la sua mente rielabora l’esperienza, perlopiù visiva, e ne riproduce le tracce sotto forma di immagini. La vista stessa è un atto mentale, la percezione fisica e oggettiva della materia avviene attraverso gli occhi, ma è la mente che decodifica gli impulsi da essi prodotti e ricrea l’immagine nel cervello. Noi vediamo con la mente. Guardare non sempre significa vedere.
E’ l’uomo che produce le immagini, questo è vero, ma sono le immagini che fanno l’uomo. Per questo motivo l’immagine ha un potere enorme. Saper guardare è fondamentale, soprattutto in una società fondata sulla comunicazione visiva come la nostra. Perciò imparare a vedere è un percorso non solo necessario, ma doveroso. Io lo sto imparando giorno per giorno e so che non finirò mai. Lo sto facendo anche grazie a questo libro: As I Was Dying, firmato da Paolo Pellegrin - nel video linkato alcuni dei suoi scatti -
 edito da PelitiAssociati. Afghanistan, Sudan, Libano, Iraq, Palestina sono solo alcune delle aree esplorate dall’autore. Guerre, torture, carestie, terrorismo, morte sono solo alcune delle sfumature dell’animo umano narrate. Un libro che assomiglia piuttosto ad un portfolio, senza l’alterazione di un testo di commento, senza parole. Le fotografie bastano, grazie ad una potenza visiva straordinaria. Sono pagine strazianti e difficili da sostenere in cui Pellegrin ci espone, ed espone se stesso, alle sofferenze altrui trasportandoci in un fragile spazio dov’è possibile un incontro con l’altro che va al di là delle parole.
Di fronte all’atto e al mistero di morire “sento che sto guardando qualche cosa che non posso vedere completamente, ma che sta guardando me”, dice l’autore. E allora non siamo più noi spettatori a osservare le immagini, sono esse che guardano noi. E’ la nostra memoria collettiva che ci interroga, che elimina la possibilità di dire, un giorno, che non sapevamo. Queste fotografie semplicemente mostrano, ovvero riportano sulla superficie fotosensibile le ferite di quei corpi e di quelle anime martoriate dalle peggiori debolezze umane. Sono immagini violente e violentate, soprattutto nell’estetica. L’uso del mosso del fuori fuoco sono evidenti, i contrasti duri, le inquadrature sapientemente “sporcate”, i toni alterati, condannati ad un eterno conflitto tra il nero che tutto divora e il bianco che mai dà sollievo. Uomini e luoghi diventano metafore, i sogni si trasformano in incubi e le fotografie rappresentano il racconto di ciò che resta di quelle visioni.
La fotografia non è che un mezzo, lo sguardo di un uomo è soltanto un punto di vista, uno fra tanti, qui terribilmente empatico ed evocativo. E’ il racconto soggettivo di una realtà oggettiva, innegabile, una narrazione intima che è allo stesso tempo universale, efficace ed innovativa. Forse è questo il motivo per cui le immagini di Pellegrin spaventano, e per questo, come molte altre di colleghi altrettanto validi, vengono  pubblicate assai raramente in Italia. Sono immagini nuove, scorrette, che ci insegnano a guardare con occhi diversi. Sono politiche, sono contro. Ed è meglio che la gente non sappia, è meglio che la gente non veda.


Read 1 Comments... >>
 

Miserabili. Io e Margaret Thatcher (Teatro)

Miserabili. Io e Margaret Thatcher di Marco Paolini è uno spettacolo anomalo, lo si intuisce subito. E’ un’anomalia sottile, che non nasce da un vezzo di forma, ma che si percepisce nell’aria, la si respira piano per non far rumore e si sente fin giù, forte e acida, fin dentro ai polmoni. E’ un giovane uomo mezzo sognato di 24 anni che scrive queste parole, e credo che questo sia un fattore importante per comprendere la natura di questa storia anomala. E stiamo parlando proprio di una storia, fatta di tante storie, narrata da più punti di vista, frammentata e illogica. Schegge di una storia, o forse più propriamente schegge di Storia. Dai Miserabili di Hugo alla Thatcher, da Marx alla Belle époque come specchio del capitalismo, al postmoderno, dal Paolini attore al Paolini uomo, dal teatro alla realtà. Questa volta è La Storia che racconta se stessa.
Il tono della serata è colloquiale e lo spettacolo scorre leggero, ma non senza intensità. La scena si presenta scarna, anch’essa frammentata. Le quinte dividono in tre spazi lo spazio dedicato ai Mercanti di Liquore che, “isolati” gli uni dagli altri in una sorta di prigione della coscienza, accompagnano l’affabulatore di Belluno, padrone del proscenio con la solita grazia. Si percepisce quindi un primo senso d’incomunicabilità che nasce dagli elementi che costituiscono la forma dello spettacolo. In un secondo momento questo attrito estetico si traduce in un conflitto di contenuti. Questo è il (non) senso dello spettacolo, il (non)senso della nostra realtà.
Mi spiego. Paolini, come suo solito, ci racconta storie quotidiane di uomini comuni, questa volta strettamente autobiografiche. Si tratta di storie straordinarie di gente umile, che recita sul palcoscenico della grande Storia senza avere coscienza di essa, senza aver mai imparato la parte. La politica, il precariato, il progresso, le speculazioni finanziarie, il fermento culturale, il capitalismo e il suo tracollo sono alcuni dei temi che si avvinghiano in un percorso dialettico, lungo cent’anni di storia, fatto di una miriade di storie diverse, senza mai giungere ad una posizione sintetica, ad una soluzione. E l’assenza di un vero e proprio finale ne è la conferma. L’aspetto interessante di tutto ciò risiede nella forza con la quale Paolini, attraverso un’ironia talvolta feroce, ci restituisce il disagio di una società annichilita ed impotente di fronte ad un contesto storico critico da lei stesso generato. E’ il ritratto esilarante ed impietoso del fallimento di una parte di quella generazione che ha sostanzialmente contribuito al degrado morale, sociale e istituzionale per il quale noi pagheremo un prezzo molto alto. Potremmo fare un mutuo! No, questo non ci appartiene.
Come, in fondo, ed ecco l’anomalia, non ci apparteneva neanche lo spettacolo di Paolini. Non era per noi. Era per tutti coloro che ancora devono fermarsi, guardarsi allo specchio e dire basta. Era per coloro che ancora devono scendere da questo carrozzone, tornare in strada e riprendersi la piazza, la vita. Noi siamo fin troppo coscienti di ciò che siamo diventati, e ancor di più sappiamo ciò che non vogliamo diventare. Siamo miseri, ma non miserabili. Siamo senza futuro, ma non senza speranza. E la speranza è una vicenda estremamente intima, fatta di gesti semplici, di attenzioni delicate, di scelte quotidiane, private. E se è vero che come dice Godard “il privato è politico”, allora abbiamo una speranza. Facciamocela bastare e ridiamoci addosso, ridiamoci su. Ridiamo con Paolini e insieme al pubblico in sala. Anche lui ride come me di quello che vede. “La libertà è partecipazione”, ci suggeriva Gaber tempo fa, e noi da allora siamo sempre i Soliti Sognatori. Speriamo di non essere soli.


Read 2 Comments... >>
 
I SOGNI DEL GIORNO

JavaScript disabilitato!
Per visualizzare il contenuto devi abilitare il JavaScript dalle opzioni del tuo browser.


Inter Barcellona 3-1

 

JavaScript disabilitato!
Per visualizzare il contenuto devi abilitare il JavaScript dalle opzioni del tuo browser.


Ligabue - Un colpo all'anima

 
Banner
Banner

Banner
Banner
Banner
Gli incontri degli amici di Beppe Grillo
Banner
Banner