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Lascio a te queste impronte sulla terra tenere dolci, che si possa dire: qui è passata una gemma o una tempesta, una donna che avida di dire disse cose notturne e delicate, una donna che non fu mai amata. Qui passò forse una furiosa bestia avida sete che dette tempesta alla terra, a ogni clima, al firmamento, ma qui passò soltanto il mio tormento. Comincio così, con le parole di Alda. Hanno il tono dell’epitaffio. Apprendo la notizia della morte della poetessa dalla televisione, mentre sto cenando. Corro immediatamente tra gli scaffali della libreria dove trovo i suoi volumi e leggo ancora una volta i versi a me più cari, come assorto in una preghiera. “Non voglio che tu muoia, no. / Se tu tremassi nella morte, / io cadrei come una foglia al vento…”, e poi ancora “Eppure con le mie grida e i miei sospiri / ti uccido ogni giorno…”. Mi accorgo che la sua voce è forte dentro di me e ferisce, dolce e delicata, come solo la voce di donna è capace di fare. Grazie ai suoi versi ho conosciuto l’anima ed i suoi tormenti, amplificati in un “urlo inumano” che trova eco in una vita spesso troppo angusta, in cui subire gli affronti di un cuore instabile e di una mente fragile, “Fino a quando dovrò, mente dannata, / partorir la tua rima e la tua forza / onde per gioco mi giocò l’amore?”. Alda era una donna fragile, ma capace di un coraggio immenso nell’affrontare il dolore, nel passarci attraverso e, senza difese, spogliarsene e rinascere ancora una volta, nuda contro la vita, “E poi ancora paura / sempre sempre paura, / finché il mare sommerge / questa mia debole carne / e io giaccio sfinita / su te che diventi spiaggia…”. Si dice che la Merini fosse la poetessa degli esclusi e non fatico a crederlo. Ho vissuto come tutti, nel mio piccolo, tormenti e sofferenze e quando, proprio in quei momenti, la solitudine ed il senso opprimente di esclusione dominano ogni respiro la voce di Alda, sempre fedele a se stessa, dà forma al dolore, lo prende per mano e lo scorta nel più profondo dell’anima, senza timore delle conseguenze, per poi svanirlo in un soffio di vita. L’amore, la poesia, il dolore, i figli, la malattia mentale. Ogni sfumatura di Alda è densa, viscerale, ogni verso è un brandello di carne tinto del colore dell’anima, ogni gesto una stoccata, ogni amore una condanna, così distante dalla semplicità eppure così vicina a noi, immersa in una tanto condivisibile quotidiana e sanguinolenta schermaglia con la vita. “Ti amo e mi recludo nel mio silenzio, / ma ho paura, paura di me stessa, / di questi gigli orrendi di fame e di fango / che crescono nella mia mente.” poiché “Ho le stigmate e da sempre, / da quando cioè ho peccato / contro la dura sorte / con un momento d’amore”. Anch’io ho amato Alda Merini, ho amato una donna. L’ho amata con amore di uomo e, in quanto tale, fui “…un rostro che ferisce a fondo / e punisce i pentimenti d’amore / allora io gli mostro le mie carni ferite / e maledico la sorte, / ma se il mio uomo sorride / io torno a fiorire e divento una bianca luna / che si specchia nel mare”. Ed è proprio contemplando il riflesso di questa bianca luna che il mio sguardo di uomo ha intravisto l’anima di una donna e, attraversandola, ne ha imparato i segreti svelando così a se stesso le proprie ombre, “…E mi domando dove Dio stia / in tanta collisione di anime, / come permetta questo odio senza rispetto…”. Ho cominciato con i versi di Alda e chiudo allo stesso modo, lasciandomi avvolgere ancora una volta nell’abbraccio di quella sua voce roca. Perciò tu che mi leggi fermo a un tavolino di caffè, tu che passi le giornate sui libri a cincischiare la noia e ti senti maestro di critica, tendi il tuo arco al cuore di una donna perduta. Lì mi raggiungerai in pieno.
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