Miserabili. Io e Margaret Thatcher (Teatro)
Miserabili. Io e Margaret Thatcher di Marco Paolini è uno spettacolo anomalo, lo si intuisce subito. E’ un’anomalia sottile, che non nasce da un vezzo di forma, ma che si percepisce nell’aria, la si respira piano per non far rumore e si sente fin giù, forte e acida, fin dentro ai polmoni. E’ un giovane uomo mezzo sognato di 24 anni che scrive queste parole, e credo che questo sia un fattore importante per comprendere la natura di questa storia anomala. E stiamo parlando proprio di una storia, fatta di tante storie, narrata da più punti di vista, frammentata e illogica. Schegge di una storia, o forse più propriamente schegge di Storia. Dai Miserabili di Hugo alla Thatcher, da Marx alla Belle époque come specchio del capitalismo, al postmoderno, dal Paolini attore al Paolini uomo, dal teatro alla realtà. Questa volta è La Storia che racconta se stessa.
Il tono della serata è colloquiale e lo spettacolo scorre leggero, ma non senza intensità. La scena si presenta scarna, anch’essa frammentata. Le quinte dividono in tre spazi lo spazio dedicato ai Mercanti di Liquore che, “isolati” gli uni dagli altri in una sorta di prigione della coscienza, accompagnano l’affabulatore di Belluno, padrone del proscenio con la solita grazia. Si percepisce quindi un primo senso d’incomunicabilità che nasce dagli elementi che costituiscono la forma dello spettacolo. In un secondo momento questo attrito estetico si traduce in un conflitto di contenuti. Questo è il (non) senso dello spettacolo, il (non)senso della nostra realtà.
Mi spiego. Paolini, come suo solito, ci racconta storie quotidiane di uomini comuni, questa volta strettamente autobiografiche. Si tratta di storie straordinarie di gente umile, che recita sul palcoscenico della grande Storia senza avere coscienza di essa, senza aver mai imparato la parte. La politica, il precariato, il progresso, le speculazioni finanziarie, il fermento culturale, il capitalismo e il suo tracollo sono alcuni dei temi che si avvinghiano in un percorso dialettico, lungo cent’anni di storia, fatto di una miriade di storie diverse, senza mai giungere ad una posizione sintetica, ad una soluzione. E l’assenza di un vero e proprio finale ne è la conferma. L’aspetto interessante di tutto ciò risiede nella forza con la quale Paolini, attraverso un’ironia talvolta feroce, ci restituisce il disagio di una società annichilita ed impotente di fronte ad un contesto storico critico da lei stesso generato. E’ il ritratto esilarante ed impietoso del fallimento di una parte di quella generazione che ha sostanzialmente contribuito al degrado morale, sociale e istituzionale per il quale noi pagheremo un prezzo molto alto. Potremmo fare un mutuo! No, questo non ci appartiene.
Come, in fondo, ed ecco l’anomalia, non ci apparteneva neanche lo spettacolo di Paolini. Non era per noi. Era per tutti coloro che ancora devono fermarsi, guardarsi allo specchio e dire basta. Era per coloro che ancora devono scendere da questo carrozzone, tornare in strada e riprendersi la piazza, la vita. Noi siamo fin troppo coscienti di ciò che siamo diventati, e ancor di più sappiamo ciò che non vogliamo diventare. Siamo miseri, ma non miserabili. Siamo senza futuro, ma non senza speranza. E la speranza è una vicenda estremamente intima, fatta di gesti semplici, di attenzioni delicate, di scelte quotidiane, private. E se è vero che come dice Godard “il privato è politico”, allora abbiamo una speranza. Facciamocela bastare e ridiamoci addosso, ridiamoci su. Ridiamo con Paolini e insieme al pubblico in sala. Anche lui ride come me di quello che vede. “La libertà è partecipazione”, ci suggeriva Gaber tempo fa, e noi da allora siamo sempre i Soliti Sognatori. Speriamo di non essere soli.
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Commenti
Sognatori ,non siete soli,sento che siamo in tanti.
Grazie per la magnifica recensione. Bravo!