Martedì 03 Novembre 2009 00:52 | Author: Marco il Sognatore |
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Il 2009 è stato segnato da illustri reunion, da tour di gruppi sciolti ormai da anni e ritrovatisi per l’occasione. I più famosi sono stati i Limp Bizkit, che hanno suonato anche in Italia al Rock in Idro, seguiti a ruota dai Blur, i No Doubt e gli Skunk Anansie. Alcuni importanti ritorni sono stati solamente annunciati, ma mai relizzati, come il tour che gli inarrivabili Led Zeppelin avrebbero dovuto fare sempre quest’anno, o la reunion più celebre e sospirata di tutte. Quella che ormai da anni e anni assilla le menti dei milioni di fans dei Guns’n’Roses, che non hanno ancora perso la speranza di rivedere insieme sul palco Axl e Slash, fianco a fianco. Ormai nella musica di oggi è diventata triste consuetudine per gruppi sulla cresta dell’onda lo scioglimento dovuto alla scelta di alcuni membri - in particolare sono i frontmen i più abituati a seguire questa strada - di avventurarsi nella carriera solista. Il più delle volte i risultati sono scarsi, deludenti rispetto alle attese. Dopo un po’ di tempo ci si accorge della difficoltà a eguagliare la magia sprigionata dal gruppo originale. Questo, oltre naturalmente alle convenienze concrete, ai calcoli economici, porta alla necessità di una reunion. Chiaramente la voglia di “fama” di qualche singolo non è l’unica spiegazione dei numerosi scioglimenti dei gruppi, ma lo è nel caso della band di cui mi appresto a parlare. Proprio in questi giorni infatti è stato annunciato il ritorno di una band che non suonava con la formazione originale da sette anni, i Cranberries. Il gruppo Irlandese, per anni tra le top band della musica rock internazionale, torna sulle scene con la formazione originale - Dolores O’Riordan voce, Noel Hogan chitarra, Mike Hogan basso, Fergal Lawler batteria - per un tour che arriverà in Italia il 16 marzo 2010, al Mediolanum Forum di Assago. La leader del gruppo Dolores O’Riordan aveva avviato la carriera solista, ma dopo due album e un periodo in cui ha collezionato decisamente più ombre che luci ha riabbracciato la band che l’ha portata alla notorietà mondiale. La cantante ha dichiarato che il gruppo suonerà comunque i suoi pezzi da solista, oltre naturalmente alle vecchie indimenticabili hit, da Zombie - il cui video live del 1999 a Parigi è linkato - a Just my imagination, passando per Salvation, Promises e Animal Instinct. I Cranberries hanno deciso di riunirsi dopo essersi esibiti insieme al Trinity College di Dublino. L’esibizione ha fatto capire ai componenti del gruppo che era ora di riiniziare o, meglio, di continuare quello che avevano lasciato a metà strada. Il mondo del rock e i fans sparsi nei cinque continenti sono curiosi e in attesa di rivederli dal vivo.
Sei davanti allo stadio, la gente è euforica, la tua adrenalina e la tua felicità iniziano a salire, mentre ti stai bevendo una birra, fumi qualche sigaretta e con il tuo panino ti appresti ad entrare. Fai il primo passo, sali sul prato, la gente si accalca sotto il palco, fai di tutto per sentire e vedere ogni piccolo dettaglio di un concerto che ogni volta è il più bello della tua vita. Si spengono le luci, la carica sale, il gruppo salta fuori dal backstage e ti dà un’emozione inimitabile, inspiegabile, quei brividi, tanto difficili da provare. Ti senti parte dello spettacolo, ti vedi lì, sul palco, mentre canti davanti a migliaia di persone, entri in un mondo parallelo, che non finisce appena termina la musica, ma dura fino all’arrivo alla macchina, quando rivesti i panni di tutti i giorni e la magia d’improvviso sparisce. La magia che un concerto riesce a creare tra interpreti e spettatori trova difficilmente un paragone. Se poi a suonaread un concerto in due giorni ci sono Bruce Springsteen & The E Street Band, U2, Stevie Wonder, Simon & Garfunkel, Aretha Franklin, Eric Clapton, Metallica, Eagles e Paul McCartney? Già presi singolarmente sono artisti e gruppi eccezionali, inimitabili. Voi penserete che sia impossibile ritrovarli tutti insieme, invece è proprio così. Questo evento, che mi sento di ridefinire come il concerto più importante degli ultimi anni, si terrà il 29 e 30 ottobre al Madison Square Garden di New York, per festeggiare i 25 anni della Rock & Roll Hall of Fame - quel museo, situato a Cleveland, dedicato alla memoria dei più importanti e influenti artisti del mondo della musica, in particolare del Rock and Roll. E’ oltretutto notizia di oggi la partecipazione confermata di Ozzy Osbourne, che canterà insieme ai Metallica, anche pezzi del suo vecchio gruppo, i Black Sabbath. Durante lo spettacolo verranno inseriti segmenti filmati, con la partecipazione di Tom Hanks e del regista Cameron Crowe. In autunno inoltre uscirà un libro, anch'esso imperdibile, intitolato The Rock and Roll Hall of Fame: The First 25 Years, con un cofanetto di 9 dvd. Se avete la pur minima possibilità di partecipare a quest’evento non sciupatela, non mancate ad un momento storico della musica live e non solo. Sono certo che questo concerto regalerà agli amanti della musica emozioni uniche al mondo.
Venerdì 16 Ottobre 2009 01:22 | Author: Marco il Sognatore |
Oscar Wilde diceva “La musica è il genere di arte perfetta”, ma di questi tempi artisti eccezionali non riescono ad ottenere un contratto discografico o la possibilità di esibirsi soltanto perché non possiedono un cognome di spicco o semplicemente perché non hanno conoscenze all’interno del vasto panorama musicale. Dagli Stati Uniti è arrivata in questi giorni una notizia che spiega il concetto in modo esemplare. La Universal, una delle sette major discografiche a livello mondiale, ha messo sotto contratto, per una cifra esorbitante - si parla di 5 milioni di dollari - l’unico nipote di Elvis Presley, Benjamin Presley Keough.Logicamente il ragazzo, figlio di Lisa Marie Presley, ha già accettato l’offerta e si è messo al lavoro per un album che uscirà probabilmente l’anno prossimo. Il suo ufficio stampa ha già spiegato che la sua musica è molto diversa da quella del nonno e lo ha descritto come un ragazzo che si sveglia tardi la mattina e con un brutto carattere. Nel nostro Bel Paese vicende del genere sono all’ordine del giorno, naturalmente con le dovute proporzioni. L’esempio più eclatante è l’ascesa - si fa per dire - nel panorama musicale di Francesco Facchinetti, figlio di Roby Facchinetti dei Pooh. Ma oltre a lui numerosi figli di noti musicisti del passato ci hanno regalato performance “straordinarie”. Uno su tutti, Giacomo Celentano, figlio del geniale Adriano, che durante il Festival di Sanremo 2002 ha provato a tutti che la bravura non si eredita. Purtroppo potremmo elencarne a decine di carriere facilitate dal cognome, ma preferisco risparmiarvele. Voi direte, che problema c’è? Certo, anche se le nostre orecchie un po’ ne risentono, non fanno del male a nessuno. Il problema quindi non si creerebbe, se non fossimo ormai invasi da meteore del genere che rubano, nel vero senso della parola, il posto e l’attenzione ai veri artisti. Quelli che faticano per essere chi sono e vengono snobbati dalle case discografiche, nonostante abbiano qualità eccelse e idee eccezionali, soltanto perché non hanno un cognome già popolare. Il concetto di fama è stato stravolto. In passato per essere considerato un musicista professionista dovevi avere buone idee, capacità e qualità superiori alla media, ora tutto ciò non conta più. Sono regalati contratti discografici a modelle travestite da cantanti o a vincitori di reality o, peggio, a figli di figli. Pensate se in passato ci fossimo privati di artisti del calibro di Bruce Springsteen, di Van Halen, che hanno reso grande la musica, perché i loro contratti erano stati regalati a personaggi con un cognome famoso o che avevano vinto un X Factor qualsiasi. Tutto questo è imbarazzante e allora chiediamoci, perché la musica non si evolve più? Perché non escono nuove realtà musicali che propongono idee innovative? Perché “sfortunatamente” per fare la storia della musica sono fondamentali le qualità. Un cognome non basta.
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Il 20 settembre scorso a Quelli che il calcio Simona Ventura, nel bel mezzo del pomeriggio, pronuncia questa frase meravigliosa, “Ecco a voi il gruppo più eclettico, innovativo e coraggioso della musica inglese: The Muse”. Gli applausi del pubblico incombono. Sarebbe una presentazione perfetta, peccato soltanto che la Ventura non abbia la più pallida idea di chi siano i Muse. Infatti la performance del gruppo, che odia nel vero senso della parola il playback, è esilarante. La sfacciataggine con cui prendono in giro lo studio, i produttori e l’ignara conduttrice è geniale e prende spunto da Kurt Cobain e i Nirvana che, costretti al playback, suonarono e cantarono fuori tempo di proposito. Approfondiamo la divertente vicenda - consigliando a chi non l'avesse ancora visto di godersi il video dell'esibizione, sopra l'articolo. I componenti del gruppo inglese, sapendo di dover suonare in playback, entrano nello studio per presentare il loro singolo Uprising a ruoli invertiti. Il cantante e chitarrista Matthew James Bellamy sfodera un’esibizione fantastica alla batteria, il bassista Christopher Anthony Wolstenholme improvvisa assoli con la chitarra e con la tastiera eil batterista Dominic James Howard si improvvisa bassista e frontman del gruppo. L’esibizione ha del surreale per chi conosce minimamente il gruppo. Simona Ventura invece continua imperterrita la sua conduzione e al grido “Molto internazionali, very International, sono i Muse… ” intervista alla fine dell’esibizione Howard, instaurando con lui un dialogo del tutto surreale, ignara che il vero frontman del gruppo è già nei camerini, probabilmente a ridersela di gusto. La vicenda termina nell’assoluta indifferenza dello studio, nessuno si accorge di niente, fino al giorno dopo quando il video spopola su YouTube e mette a nudo la “scarsa” preparazione di Simona Ventura. La figuraccia, sicuramente evitabile, è in mondovisione. Ora ricordiamo brevemente chi sono i Muse, consigliando anche a Simona Ventura di informarsi accuratamente per evitare in futuro ulteriori figuracce mondiali. La band musicale alternative rock inglese è tra le migliori live band degli ultimi anni.Sono riconosciuti per uno stile musicale molto eclettico - e almeno su questo la conduttrice non si era sbagliata - che raccoglie influenze di più generi come l’elettronica, l’heavy metal, il progressive rock, spesso segnati da una vena sinfonica e orchestrale. Gli ultimi due album, Black Holes and Revelations e The Resistance, sono entrati nel panorama musicale con una violenza inaudita, grazie a riff di chitarra geniali e a un suono, soprattutto dal vivo, senza paragoni. Attualmente i Muse, che considero tra i cinque migliori gruppi al mondo, sono impegnati nel loro tour mondiale. Simona, non sono proprio un gruppetto qualunque.
Lunedì 12 Ottobre 2009 21:35 | Author: Marco il Sognatore |
Chi non si ricorda Dookie, l’album che fece conoscere i Green Day al mondo intero? Era il 1995 e il gruppo punk, guidato dal 23enne Billie Joe Amstrong - chitarra e voce - finiva in testa alle classifiche di tutto il mondo: primo gruppo punk a riuscirci. Sono passati 14 anni e i ragazzi scatenati, che facevano “pogare” tutti i giovani da un capo all’altro del globo, sono cresciuti e l’album appena uscito, 21st Century Breakdown, ne è l’esempio più lampante. La potenza musicale sprigionata dalle canzoni del passato lascia lo spazio ad un analisi della società Americana, durante la presidenza di George W. Bush, accompagnata da una linea musicale più melodica del passato, ma allo stesso tempo carica di energia. Come il suo predecessore, American Idiot,21st Century Breakdown ha addosso un carico di tensione innegabile, conseguenza del degrado provocato dall’ultima presidenza negli USA. I brani entrano in testa immediatamente e basta leggere i testi di canzoni come Know your enemy e Before the lobotomy per capire quanto siano carichi di delusione e di sconforto. Quello che sbalordisce è il cambiamento e la maturazione dei Green Day, che abbandonano la ribellione degli inizi per lasciare spazio ad un’analisi volta a scoprire le cause della confusione e della disperazione in cui vive il loro Paese. Fortunatamente la vittoria di Obama alle ultime elezioni lascia lo spazio ad una possibile rinascita, descritta proprio nel brano che chiude il cd, See the light, in cui si vedefinalmente la luce alla fine del tunnel. L’impresa più ardua che il gruppo dovrà affrontare sarà sicuramente riuscire a pareggiare le copie vendute di American Idiot - 22 milioni e miglior album rock 2004 - ma di certo le potenzialità non mancano.
I Green Day suoneranno in Italia per tre impedibili date a novembre:
10/11/2009 MILANO-MEDIOLANUM FORUM 11/11/2009 BOLOGNA-FUTURSHOW STATION 12/11/2009 TORINO-PALAOLIMPICO