Approda in Senato il Ddl sul processo breve made in Pdl and sponsored by Lega. Composto da “ben” tre articoli, mira a risolvere una delle più grandi piaghe del sistema giudiziario Italiano, la durata del processo. Già i nostri costituenti, nel lontano 1948, si preoccuparono con spiccata lungimiranza di introdurre nell’art. 111 della Costituzione la “ragionevole durata” come caratteristica del “giusto processo” e, a quanto pare, come obiettivo per un futuro legislatore - magari dell’attesissimo nuovo millennio.L’art. 1 del Ddl si premura di chiarire cosa si debba intendere per “ragionevole durata”: il processo non dovrà durare più di due anni per il primo grado, due anni in appello e altri due anni in Cassazione, e il giudice potrà peraltro aumentare della metà tali termini - per un totale di circa otto anni, diciamo quindi una ragionevole durata.
L’art. 2 del Ddl novella il codice di procedura penale vigente introducendo l’art. 346-bis: in caso di processi per reati con pene inferiori a dieci anni - esclusi i reati di terrorismo, mafia o di grave allarme sociale, come rapina e omicidio - ciascuna fase processuale non potrà durare più di due anni altrimenti scatterà inesorabilmente la prescrizione - termine di cui si è abusato, causa forza maggiore, in questo periodo. Tale norma esclude espressamente dal suo ambito di applicazione i recidivi e i delinquenti abituali/professionali. Ma il punto a mio avviso più interessante è il seguente. L’art. 3, dopo aver eliminato la “vacatio legis” - perché? - riserva l’applicazione della “riformina” ai soli processi in corso alla data della sua entrata in vigore “ad eccezione di quelli che sono pendenti avanti alla Corte d’appello o alla Corte di cassazione” - e in base a cosa viene introdotta questa distinzione?
Ora, se un problema così rilevante per la Giustizia Italiana potesse essere risolto da tre articoli mi riuscirebbe difficile capire il motivo di un così ardente e concitato fermento intorno alla questione. Personalmente in ogni caso riconosco una grande forza - per fortuna ancora potenziale - al trio normativo. Gli unici processi che potranno essere portati a termine, considerando la mole di lavoro dei magistrati e le lungaggini processuali connaturate ad alcuni di essi ed al sistema in genere, saranno quelli nei confronti dei recidivi e dei delinquenti abituali/professionali - per la precisione ved. Art. 2 Co. 5 Ddl. Tutti gli altri processi aventi ad oggetto reati gravi saranno destinati a prescriversi, magia, svanendo nel nulla tra lo stupore della folla. Amnistia o kit di depenalizzazione di fatti gravi? E’ ufficialmente aperto il televoto.
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“Stavo tagliando un pezzo di legno, lo tenevo da qui a qui - indicando le estremità del tozzo di legname da incidere con la sega circolare - è stato un attimo, e la punta di medio e anulare volarono via.” Rick, falegname americano, era spaventato, il dolore era notevole, ma non fu quella la sua massima preoccupazione. “Non ho un’assicurazione, quanto mi costerà? Non ho abbastanza denaro per pagare in contanti, saranno almeno 3.000$, mi ci potrei comprare una macchina con quei soldi - Rick non ha una copertura sanitaria, l’ospedale gli ha proposto quindi di riattaccare il medio per 60.000$ o l’anulare per 12.000$, molto di più di ciò che aveva stimato - scelsi l’anulare ovviamente”. Questo piccolo stralcio di vita vissuta è tratto da Sicko di MichaelMoore (2007), film-inchiesta sul sistema sanitario americano che torna tremendamente di moda in questi giorni. Sabato 7 novembre in tarda serata è stato approvato, in Camera dei Rappresentanti, il progetto di legge per la Riforma del sistema sanitario. Data storica per gli americani. Si attendono tempi ancora lunghi per l’approvazione totale - la discussione ora deve passare al Senato - però il clima fiducioso creatosi attorno a Obama e compagni lascia più di qualche speranza nella risoluzione positiva della vicenda. Come funziona il sistema sanitario negli Stati Uniti? In breve, accanto agli organi pubblici Medicare e Medicaid che si occupano di assistenza di fasce bisognose come gli ultrasessantacinquenni o di quelle parti di popolazione a bassissimo reddito, esiste un sistema privato di assicurazioni. Si paga un premio in cambio di una copertura delle spese sanitarie. L’obiettivo del sistema Statunitense è la redditività, mentre in Europa l’obiettivo è l’offerta di assistenza universale. I due obiettivi non coincidono. Gli Usa sono i primi nei paesi OCSE in spesa sanitaria in rapporto al Pil - 16% sul totale - meno della metà è a carico del pubblico. Sobbarcarsi l’intera spesa sarebbe una soluzione impensabile secondo criteri di deficit pubblico. Il Presidente Obama quindi cos’ha proposto? Il fine della Riforma è quello di rendere universale il servizio mantenendo un regime di concorrenza nel settore privato. Si prevede la possibilità di un nuovo spazio di mercato assicurativo pubblicamente regolamentato, agevolando coloro che non possono permettersi l’assicurazione - ad oggi gli americani privi di assicurazione sono ancora circa 46 milioni. L’assicurazione rimane obbligatoria, similare a quella delle automobili. Secondo la Riforma i vantaggi esistono anche per chi possiede già un’assicurazione, le compagnie assicuratrici dovranno avere l’obbligo di non escludere alcun soggetto sulla base delle condizioni sanitarie pre-esistenti o emergenti durante la sottoscrizione del contratto. Non esisterà più un massimo di copertura delle spese. Tanti altri sono i punti nel progetto, ma già solo questi basterebbero per una svolta storica. Rick, il falegname del documentario di Moore, avrebbe solo da pensare al dolore e non alla parcella dell’ospedale.
Nell’ottobre scorso è stato bocciato dalla Corte Costituzionale il Lodo Alfano, che faceva sì che le quattro alte cariche dello Stato potessero godere di un'immunità al di sopra della legge. Dopo la sentenza della Corte ricordiamo perfettamente le dichiarazioni del Premier Silvio Berlusconi e dei suoi cani da guardia, che gridavano per le trasmissioni televisive e su tutti i giornali al complotto della magistratura “rossa”, del Presidente della Repubblica “comunista” e dei membri della Corte Costituzionale “faziosi”. Ma nello stesso tempo gli avvocati Ghedini e Pecorella assicuravano paradossalmente che Silvio Berlusconi non avrebbe avuto paura dei processi e che anzi li avrebbe affrontati per dimostrare la sua provata innocenza. Qualcuno ci ha creduto? Credo pochi. Infatti non è passato neanche un mese earriva la prevedibile notizia che il Deputato Niccolò Ghedini - non è un omonimo, è l'avvocato di Berlusconi - sta preparando un piccolo Lodo che andrà ad aggiungersi alle riforme sulla Giustizia. La legge sarebbe cosi congegnata. I termini di prescrizione per i procedimenti relativi a reati di non grave entità commessi prima del 2 maggio 2006, e con pena massima fino a dieci anni, verranno tagliati di un quarto. Questa riforma “puzza” un po’ di legge ad hoc per il Premier, visto che Berlusconi ne beneficerebbe nell’ormai celebre processo Mills. Può essere solo una coincidenza? Questa legge sembra così spudorata, così eccessiva che vede contrario anche Gianfranco Fini, che ultimamente sembra essere diventato il vero leader dell’opposizione. Il problema vero è che come al solito se ne salveranno cento per salvarne uno, dato che la maggior parte dei reati previsti dal codice e dalle leggi penali italiane sono puniti con pena massima inferiore ai dieci anni. Per fare un esempio, hanno queste caratteristiche reati quali la corruzione, la falsa testimonianza, il peculato, l’associazione a delinquere - anche di stampo mafioso - l’omicidio colposo, il furto, la rapina e l’estorsione. Questo ci può far immaginare che danno può creare questa riforma alla Giustizia Italiana e quanti reati resterebbero impuniti per questa prescrizione incombente. Il fatto grave è che queste leggi ad personam ci vengono gettate spudoratamente in faccia con una costante e tale arroganza che ci fa intendere che noi cittadini non possiamo farci proprio niente. La Corte può bloccare un Lodo, ma tanto ne arriverà subito un altro, e così via. I Berluscones possono fare quello che vogliono. Morto un lodo se ne fa un altro, a meno che il “compagno” Fini non aiuti a dare un freno a questa follia legislativa.
Il 9 novembre si celebra il ventennale della caduta del muro di Berlino mentre nel nostro Paese sopravvive ancora, inattaccabile e potente, una rimanenza del “Comunismo”, Massimo D’Alema. Ma ragioniamo, l’eminenza grigia del Pd è mai stato realmente comunista, o almeno di sinistra? Il suo curriculum non è quello di un grande leader, ma di uno dei più grandi inciucisti dei nostri tempi. E’ spesso rappresentato come un politico “intelligentissimo” e avveduto, invece è stato soprattutto la stampella rossa di Berlusconi. In un Paese normale, in cui i due schieramenti si battono su idee e proposte sono auspicabili convergenze su temi di grande interesse. L’Italia però è fuori dagli schemi, e se il leader avversario è Berlusconi - con tutte le sue contraddizioni e i suoi conflitti d’interesse - si dovrebbero evitare ambigui rapporti ravvicinati. La candidatura di D’Alema a Ministro degli Esteri Europeo di questi giorni, sostenuta dal Governo, sa tanto di amaro dejà vu. Proviamo a ripercorrere la carriera del D’Alema inciucista. Al di là dei contrasti di facciata, sono innumerevoli le volte in cui D’Alema ha espresso pareri più che positivi sul Premier, “Berlusconi è un uomo che ha portato nella vita politica italiana una novità rilevantissima” (aprile ‘96), “Umanamente mi è proprio simpatico” (luglio ‘96), o su Forza Italia, descritto come “un partito confinante con il Pds. Ma il nostro non è inciucio: è antagonismo collaborante” (dicembre ‘96). Negli anni D’Alema si è poi impegnato generosamente a risollevare Berlusconi nei momenti critici. L’ha difeso all’inizio dei suoi problemi giudiziari, “Se davvero i giudici fossero in mano nostra direi loro di lasciar stare il Cavaliere” (maggio ‘95), “I Partiti non devono fare strumentalizzazioni di vicende giudiziarie a fini politici” (giugno ‘95), gli ha regalato credibilità politica in un momento di crisi istituendo la Commissione Bicamerale nel 1997 per discutere riforme Costituzionali in maniera condivisa - anche su temi controversi come la giustizia - e ha osteggiato in tempi recenti chi parlava di regime, “Smettiamola, non esiste alcun regime” (febbraio ‘02). Massimo “Il Misericordioso” ha anche fatto di più. Il suo Governo fu infatti fondamentale per il consolidamento del monopolio di Mediaset, da lui stesso definita “una grande azienda e una grande risorsa per il Paese” (marzo ‘96), “un patrimonio per l’Italia, un’impresa strategica che deve poter affrontare serenamente il futuro” (aprile ‘96). D’Alema non solo non fece una legge sul conflitto d’interessi, ma addirittura regalò a Berlusconi le concessioni per le frequenze televisive nazionali per l’1% del fatturato. Chiaro che una volta che dovette pubblicare dei libri scelse la Mondadori, casa editrice dell’amico avversario. Solo in Italia può accadere che il leader del Centrodestra pubblichi le opere del leader del Centrosinistra. D’Alema, non soddisfatto, in questi decenni ha inoltre navigato tra cene private e pubbliche effusioni con Gianni Letta, Confalonieri e Dell’Utri. In particolare il condannato per mafia ha dichiarato ripetutamente la sua simpatia per D’Alema, definendolo “il politico avversario maggiormente disponibile” (giugno ‘95), “con Berlusconi potrebbe andare a braccetto” (febbraio ‘07). Contraccambia Latorre, fidato braccio destro di D’Alema, “Con il senatore Dell’Utri esiste un rapporto di grande cordialità e di stima reciproca. La mia impressione su di lui è estremamente positiva, penso sia una persona di spessore” (marzo ‘07). Ora è lecito chiedersi, in questi anni cos’ha ricevuto D’Alema in cambio, oltre a cotanta stima e alla volontà di Dell’Utri e soci di farne il Presidente della Repubblica nel 2006? Avrei desiderato la fine della stagione degli inciuci, non avrei voluto vedere la candidatura di D’Alema a Ministro degli Esteri Europeo. Ancora tu? Avrei voluto non rivederti più.
Ricordiamo bene la mossa a sorpresa di Mediaset avvenuta pochi mesi fa. L’azienda aveva deciso di spostare i propri canali televisivi su digitale terrestre insieme a quelli della Rai, la televisione pubblica - alla quale continuiamo a pagare un canone - che ha intanto interrotto il segnale in chiaro. Ma la Rai nel frattempo ha fatto addirittura di più, ha deciso di non rinnovare il contratto che la legava a Sky e come conseguenza ha tolto dal satellite l’intero pacchetto RaiSat, rinunciando ai circa 60 milioni di euro l’anno che le offriva l’azienda di Murdoch, per concedersi esclusivamente via digitale terrestre. Il contratto offerto da Tom Mockridge - Responsabile Sky Italia - a Mauro Masi - Direttore generale della Rai - era della lunghezza di sette anni. Quindi il calcolo risulta ovvio, scegliendo questa strada la Rai ha rinunciato a quasi 400 milioni di euro, denaro che poteva essere utile a coprire l’intero buco di RaiSat, stimato in circa 200 milioni di euro. Il fatto che Silvio Berlusconi sia Presidente del Consiglio, e di conseguenza, oltre ad essere proprietario di Mediaset, gestisca anche la televisione pubblica, può aver influito su questa scelta? Lascio a voi la risposta. Ciò che è certo è che questa fusione dell'accoppiata Rai e Mediaset - ridefinita dai critici “Raiset” - aveva lo scopo di abbattere lo strapotere di Sky, annientandola completamente. Ma Murdoch, in questa particolare guerra fredda delle televisioni, ha saputo sfoderare un’astuta contromossa,. Uscirà infatti a dicembre 2009 la Digital Key, una pennetta Usb che garantirà agli utenti Sky l’accesso alla completa offerta televisiva al costo di soli 19 euro. Basterà inserire la chiavetta nel decoder per vedere tutti i canali, compresi quelli criptati, e quindi anche i canali Rai. Questa costituisce una soluzione comoda ed economica che permetterà a chi è in possesso di un decoderSky di evitare l’acquisto di un secondo - e a questo punto “inutile” - decoder per il digitale terrestre. La Digital key rischia di essere un’invenzione che peserà tantissimo sul futuro di Rai e Mediaset. Potrebbe già infatti rendere obsoleto, sorpassato il tanto pubblicizzato progetto-digitale e gettare in un buco nero la nostra Rai. Col senno di poi, visto che i canali Rai potranno essere comunque visti anche con decoder Sky, non era meglio che Masi accettasse i 60 milioni di euro l’anno? Io non sono un manager, ma mi sembrano essere meglio di zero, giusto? E dato che l’azienda Rai, anche se pubblica, rimane in ogni caso un’azienda, il Direttore Masi risponderà davanti a qualcuno di questa scelta avventata e perdente?