
Nel mio vagare su Internet stasera sono capitato su www.ilgiornale.it, versione on line del quotidiano diretto da Feltri e di proprietà della Berlusconi family. La mia attenzione si concentra su un lungo articolo dedicato a Di Pietro. Il leader dell’Idv viene descritto come un politico in un periodo buio. Ombre sul suo passato, velate accuse e illazioni sul presente suo e del partito di cui è a capo. Un attimo. Vengo assalito da una sorta di dejà vu. Feltri e Di Pietro, di nuovo, ancora. La loro storia d’amore/odio non è una novità dell’ultima ora, ma è un qualcosa che risale quantomeno a quindici anni fa.
Mani pulite. Di Pietro è la punta, il leader trascinante del pool di Milano che sta distruggendo, giorno dopo giorno, il sistema di tangenti e corruzione che infanga la totalità della politica Italiana. Dalle colonne dell’Indipendente e dell’Europeo un direttore ruspante lo erge a eroe, ne incensa quotidianamente le lodi. E’ Feltri, il primo estimatore del Tonino Nazionale.
Passano pochi anni, siamo nel 1996. Feltri è direttore de Il Giornale e ha in mano uno scoop. Alle porte della villa di Berlusconi si è presentato il costruttore D’Adamo, in grave crisi finanziaria, ma con una storia succulenta. Si autodefinisce un mediatore tra Pacini Battaglia e Di Pietro in una losca storia di tangenti. Secondo D’Adamo Pacini avrebbe versato 4 o 5 miliardi all’ex Pm per salvarsi dalle accuse giudiziarie. Feltri rispolvera quindi un’intervista vecchia di qualche mese del suo cronista Pasqualetto all’imprenditore Raggio che aveva già parlato di una mazzetta di Pacini, consegnata da tale Lucibello, a Di Pietro. Non esistono prove, ma il 23 dicembre è il giorno del primo titolo ad effetto “Dal Messico gravi accuse di Raggio a Di Pietro”. Da quel momento Il Giornale martella i lettori con rivelazioni quotidiane su D’Adamo, Raggio, Lucibello e misteriosi “tesori” di Tonino in Lussemburgo, Svizzera, Austria. Su Di Pietro è bufera, Berlusconi gongola. Il giornale di famiglia e il suo fidato direttore stanno demolendo l’immagine pubblica dell’ex eroe. Da castigatore dei corruttori l’ex Pm è ora passato ad essere un personaggio oscuro, un tessitore di trame eversive, e soprattutto un principe della corruzione lui stesso. Feltri scrive il 12 luglio 1997: “Lo chiamavano Madonna, e come ci si comporta con la Madonna? Le si portano i doni”.
Sarebbe un’inchiesta giornalistica eccezionale, se non fosse per un piccolo particolare. E’ tutto completamente falso. 8 novembre 1997, arriva la più grande smentita della storia del giornalismo Italiano. Dopo due anni di accuse, a pochi giorni dall’elezione nel Collegio del Mugello che vede contrapposti Di Pietro e Ferrara, Feltri, invaso dalle querele, sconvolge i suoi lettori e il suo editore Silvio: “Caro Tonino, ti stimavo e non ho mai cambiato idea”. Pasqualetto, responsabile della maggior parte degli “scoop” su Di Pietro, scrive un pezzo fiume di autosmentita. La tangente non è mai esistita e l’ex Pm è “immacolato”. E la campagna de Il Giornale? Pasqualetto la definisce “una bufala”, “una ciofeca”, “una smarronata”. “Dissolto il grande mistero: non c’è il tesoro di Di Pietro”. Feltri dissolve il mistero creato da lui stesso. Berlusconi, sentendosi tradito, caccia il direttore.
In Italia qual è il futuro di un giornalista che confessa di aver raccontato bugie per due anni? La direzione di altri quotidiani. Borghese, QN, e soprattutto Libero, da Feltri stesso creato e portato alla ribalta. In questi ultimi anni Di Pietro viene dapprima ignorato, poi attaccato in maniera proporzionale alla sua nuova inarrestabile popolarità. Ritorna ad essere il nemico numero uno. E quando Feltri viene incoronato nuovamente direttore de Il Giornale il leader Idv diventa il metro di paragone per gli avversari di turno, “..è come Di Pietro” è “l’accusa” quotidiana. Ora ricominciano le ombre, i sospetti, lanciati dalla banda di Feltri, ma onestamente come ci possiamo credere?
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Pennivendoli...sempre in soccorso del potente di turno