Strati di vestiti messi a caso coprono me e le mie giornate. Nell’ordine: mutanda a fiori, collant argentato, gambaletti di lana a pois, leggins in jeans. Sopra: reggiseno leopardato, canottiera da muratore, camicia in lana e seta, maglione a righe lungo, piumino doppio strato e sciarpone. Ai piedi quasi sempre i miei stivaloni viola antipioggia e in testa il cappuccio.
Fino a un anno fa la mia tenuta giornaliera era più decorativa, forse perché oggi, dopo aver affrontato un colloquio con me stessa, mi sono resa conto di aver superato la fase adolescenziale. Ora, quando apro il mio vecchio guardaroba, quasi mi vergogno di aver speso tutti i miei risparmi in chili di paillettes, pellicce, lurex, oro/argento/fluo e tutto ciò che è visibile a km di distanza. Forse l’unica cosa che mi mancava era il giubbotto da operatore stradale della notte.
D’inverno non potevo uscire di casa senza gli stivali “orso polare scuoiato”, abbinati di giorno ad un bomber dello stesso pelo bianco e ai paraorecchi da bambina a forma di cuore; di notte quegli stivali erano indossati sotto hot pants dorati e micro top dello stesso colore, decorati da una quantità imbarazzante di monili, tra i quali ricordo: collane a forma di stereo ricoperte di finti swarovski, dadi attaccati alle orecchie, piercings all’ombelico talmente pesanti da farti piegare in avanti e ovviamente lucidalabbra-gioello Dior appeso al collo, della dimensione del mio pugno. Perché non aprire una parentesi anche sulle borse? C’era quella a forma di barboncino rosa, quell’altra farcita di spille e pupazzetti-portachiavi, un paio cucite da me che dopo due passi che le indossavo mi rimanevano in mano. Forse dimentico qualcosa... a parte la collezione di Super Chicche al completo, formato ciondolo/perizoma/chi più ne ha più ne metta, forse è tutto. Se vi capitasse di aprire il mio armadio portatevi dietro un paio di occhiali da sole: le paillettes potrebbero accecarvi.
Ormai finite le feste, rifletto sulle settimane appena trascorse e penso, bella invenzione il cellulare. Provate a tornare con la mente a quando non era ancora così in uso, e ora provate a pensare ad una vita senza. Impossibile forse. Per prova, qualche mese fa, sono stato senza cellulare per una settimana. E’ stata una bella sensazione perché gli amici - non dico le ragazze per evitare di sbilanciarmi - per cercarmi chiamavano a casa. Io spesso a casa non c’ero, ed ero quindi irraggiungibile. Trovarsi per caso in giro di persona diventava quasi una festa. Senza il cellulare incontrare le persone acquista più valore. Un valore reale. Senza il telefonino si era inoltre molto più rispettosi dell’orario. Non esistevano ritardatari, ci si dava appuntamento a tale ora e una volta usciti di casa non esisteva più la possibilità di avvisare o di essere avvisati del ritardo. Tutti erano impegnati a trovarsi in orario.
Un’altra bella invenzione è Facebook, un bel mezzo per mantenere i contatti con le persone vicine o meno. Faccia-Libro è anche un bello strumento per raggiungere persone che mai avresti potuto contattare. Ad esempio a livello pubblicitario noi Sognatori abbiamo recentemente creato un account e nel giro di una settimana la media delle visite è quasi raddoppiata. Insomma, la tecnologia negli ultimi dieci anni ha fatto passi da gigante. Questo post però non ha in realtà l’obiettivo di elogiare le qualità del progresso tecnologico, ormai agli occhi di tutti. Vuole invece sottolineare come in certi casi la tecnologia sia davvero invasiva, ingombrante.
Nelle feste natalizie farei volentieri a meno sia del cellulare che del Pc. Natale. A partire dalla mattina del 24 dicembre fino a Santo Stefano inoltrato il mio cellulare viene relegato negli angoli più sperduti e bui della mia camera. Ma non lo spengo, non vorrei essere assalito dal centinaio di messaggi che riceverei tutti insieme nel caso decidessi di spegnerlo. E proprio di questo voglio parlare: il buon vecchio “Messaggio Multiplo”. Odio con tutto il cuore - e non sto scherzando - chi scrive un messaggio del tipo: “Auguri sentiti, con la speranza che tu passi un Natale gioioso insieme alla tua famiglia e ai tuoi affini. Un abbraccio, Mario Rossi”. Magari Mario Rossi è stato la prima sera compagno di serata in discoteca ed ora si firma con nome e cognome. Oppure Mario Rossi non conosce lontanamente la mia famiglia. Magari io sono solo come un cane e lui si permette di prendermi in giro così! Questo modo di fare gli auguri mi fa salire i nervi. E chiaramente la conseguenza è che non rispondo mai agli auguri. Probabilmente facendo così deludo le attese di quelle persone che tengono davvero ai miei auguri, quelle persone che magari hanno personalizzato il loro messaggio ad hoc - o ad personam, termine che ci piace tanto. Cito un sms che al contrario dei precedenti mi ha fatto molto piacere: “Auguri Andrea, pochi auguri a poche persone, ma sentiti davvero. A te volevo farli. Un abbraccio”. La personalizzazione è fondamentale. E invece un altro insopportabile augurio standardizzato, di pari livello del Messaggio Multiplo, è il “Taggare” gli amici di Facebook nelle foto di auguri. Odio - e ripropongono il termine dispregiativo per sottolineare la bassezza della cosa - trovare 60 notifiche ogni volta che mi connetto, sapendo che 58 sono “Tags” in foto assurde. Ad esempio foto di bottiglie di spumante che, sparando il tappo, fanno esplodere fuochi d’artificio. Oppure foto di neonati con un cappello da Babbo Natale talmente largo da ricoprirli per intero. Il messaggio finale del post è che pochi e sentiti auguri sono quelli realmente importanti e apprezzati. La massa di auguri “inutili” sono solo memoria di Pc e di cellulari sprecata. Ah, dimenticavo, in ogni caso auguri davvero. Soprattutto alle vostre famiglie, anche se non le conosco. Andrea Menegazzi.
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“Ho rinunciato a lui a causa dei miei limiti, ma non ho rinunciato al mio amore per lui!” “Che frase del cazzo! Andrebbe bene per un romanzo rosa, aspetta che mi siedo 5 minuti che mi viene da vomitare. Anzi no, me la segno, se dovessimo fare la pubblicità della Barbie la possiamo utilizzare come claim. Sì, dai… dopo la Barbie sposa, facciamo la Barbie che si suicida perché lasciata da Ken! Ho già anche il nome, Barbie-Turici! Già mi vedo lo spot, una bambola riversa sul pavimento con un flacone di pillole vuoto a fianco… la Barbie che non rinuncia al suo amore per Ken.” (Il Tempo che vorrei, Fabio Volo) E’ tempo di nuove rubriche per “I Soliti Sognatori”. Ci hanno accusato di essere freddi, cinici, eccessivamente critici. Hanno descritto il blog come un sito esclusivamente maschile, basta con ‘sta politica, basta con questo Berlusconi, e cosa ci avrà fatto mai? Poverino, è un perseguitato - ora anche fisicamente. E poi basta con questo calcio, sembriamo dei birraioli che discutono davanti alla tv, per non parlare de “Lo Stolto” e di tutte le rubriche cosiddette “mascoline”. Ora basta, le fans de I Soliti Sognatori pretendono le quote rosa, e col mercato invernale abbiamo acquistato un bomber, anzi, Una Bomber - spero che qualcuno l’abbia capita…- ma torniamo seri. La nuova collaboratrice è una ragazza, un’altra Sognatrice, Beth. La citazione iniziale è solo un pretesto per introdurre la serie di post a tinte rosa, ridefinita appunto Barbie-Turici, che comincia oggi. Ironiche descrizioni delle spigliate avventure della ragazza media saranno il punto focale della rubrica. Donne, leggete, sorridete e non arrabbiatevi. Ieri mi si è rotta un’unghia. Il mercoledì sera lavoro fissa al guardaroba di una nota discoteca Torinese. E puntualmente, tutte le volte, mi rompo un’unghia. Premetto: mi sono fatta la manicure una volta nella vita e credo che rimarrà l’unico caso. Ma quando lavoro per locali mi sento la donna più spartana e disordinata del mondo. Sarà perché non vado a farmi i boccoli da Barbie Principessa Incantata tutte le volte che esco di casa, o perché non mi asfalto le unghie di gel solidificante per non farle rompere, o perché non mi sono mai fatta iniettare strane sostanze nelle tettine o perché non mi depilo i baffi con laser né mi disegno le sopracciglia con l’eyeliner. Secondo voi senza tutti questi optionals appaio così “barbona”? Raccogliendo le giacchine firmate delle teens che vengono a ballare al locale mi accorgo di come siano cambiati i tempi nel giro di così poco: io a 18 anni non mi lampadavo la faccia fino a sembrare una bruschetta alle acciughe, noi usavamo camionate di terra e ce la spalmavamo in faccia già dalle prime ore di lezione, ma perlomeno non avevamo le rughe già a 20 anni. Le ragazze mi parlano spesso di peli incarniti. Il caso più brutto risale alla mia ex collega, un armadio di donna con la barba e la voce di Maurizio Costanzo, che si faceva i baffi da sola. Si riempiva di bubboni rossi intorno alla bocca, causa strappo striscia depilatoria. Secondo me comunque stava meglio coi baffi. Ogni tanto il mio ragazzi mi rimprovera perché sono pallida come un cadavere o perché a forza di lavarli i miei capelli diventano arancioni, beh, forse ogni tanto potrei rivedermi un attimo… ma le unghie col gel, mai!
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Abbiamo ancora negli occhi le migliaia di studenti che si sono riversati nelle piazze Italiane pochi giorni fa per protestare contro la nuova finanziaria, la nuova riforma e l’imponente taglio alla scuola pubblica, con conseguente forte spinta alla privatizzazione universitaria. L’elevato numero di studenti presenti alle manifestazioni dovrebbe far supporre l’esistenza di un malcontento generale all’interno degli enti scolastici. Ma la Ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini, invece di ascoltare l’urlo delle centinaia di migliaia di giovani ed aprire un dialogo per capire le loro esigenze, i loro problemi, le difficoltà che devono affrontare quotidianamente, li ha classificati subito come ragazzi dei centri sociali, con il vano intento di screditarli. Ricordiamo che la signora Ministro è pagata per gestire nel migliore dei modi la scuola - cioè gli studenti, coloro che erano in piazza - ma questo sembra essere diventato un dettaglio irrilevante per lei. La Gelmini sembra aver avuto una vera e propria illuminazione divina quando, intervistata venerdì 20 novembre a Uno Mattina, ha spiegato come bisogna agire per risolvere la situazione di crisi. La Ministro ha dichiarato sicura che non bisogna protestare, ma si devono comprendere i problemi e offrire le soluzioni. Ma grazie Ministro, l’avevamo capito tutti. Non era per questo che gli studenti protestavano? Perché hanno bisogno di cambiamenti, di novità, perché la situazione è insostenibile e rischia di diventarlo sempre di più? La scuola Italiana è allo sbando e di certo questi tagli non l’aiutano. Oltretutto, quando sento la Gelmini chiedere agli studenti di offrire soluzioni, mi domando “ma allora lei cosa ci sta a fare”? Dovrebbe essere proprio lei a passare giorno e notte ad arrovellarsi il cervello per capire come migliorare lo stato della scuola Italiana. Vorrei sapere per cosa paghiamo la signora Gelmini se dobbiamo trovare da soli le soluzioni, a questo punto chiediamo che si faccia da parte e mettiamo al suo posto un qualunque ragazzo di 17 anni, no? Nel frattempo io provo a suggerire al Ministro una prima linea da seguire. Cominciamo a non prendere d’assalto la scuola pubblica ogni qualvolta ci siano dei tagli economici da fare, potrebbe essere un piccolo inizio. Se volete anche voi scrivere qualche soluzione per salvare la scuola pubblica fatelo pure, d’altronde la Ministro Gelmini - nel video linkato la Gelmini-Guzzanti intervistata da Travaglio - ha bisogno d’aiuto. Dobbiamo sostenerla perché da sola non è in grado di far nulla.
Sono uno studente dell’Università di Torino. Il mio primo impatto con la sede centrale delle Facoltà Umanistiche, credo comune a quello di tanti altri ragazzi, ha destato qualche perplessità. Innanzitutto il termine con cui è chiamata, Palazzo Nuovo, sembra una presa in giro, dato che la struttura è vecchia, obsoleta, pare letteralmente cadere a pezzi. Nelle aule la maggior parte dei posti a sedere ha la sedia rotta o non ha il banco, per non parlare del numero di cicche e scritte. L’organizzazione il più delle volte è pessima. Lezioni improvvisamente saltate o rinviate, orari sballati, segreterie aperte col contagocce e poco personale a disposizione. Si paga una retta annuale di circa 1600 euro, aumentata di 400 euro dal 2004 - ancora poco rispetto ad altri Atenei la cui retta è di molto maggiore. Questa in ogni caso credo sia l’immagine che abbiamo della maggior parte delle Università pubbliche italiane. Ma quale il motivo di questa situazione?
In questi anni l’Università è stata presa d’assalto da vari tagli economici. Ai ricercatori sono state “tagliate le gambe”, quelli più fortunati sono andati giustamente all’estero a fare la fortuna di altri Paesi. I professori guadagnano poco in confronto al resto d’Europa, e in più si aggiungono i continui tagli di personale e il blocco delle assunzioni. Direi che siamo alla frutta. Il nostro diritto Costituzionale allo studio è a dir poco minato. Si rischia veramente un tracollo e come se non bastasse siamo nelle mani di Maria Stella Gelmini, il cui unico pensiero sembrano essere le pulizie nelle scuole, mentre il nostro sistema scolastico sta letteralmente andando a “puttane” - come del resto i nostri politici. Le nostre Università pubbliche avrebbero bisogno di un sostanzioso aiuto. E invece arriva come una mannaia la nuova finanziaria del nostro “amato” Ministro Tremonti. Il nuovo provvedimento, appena approvato, taglierà all’Università pubblica mille milioni di euro in cinque anni. Questo cosa significa? Significa la rapida fine delle Università pubbliche e le porte aperte ai privati nei Consigli di Amministrazione - nella stessa finanziaria le scuole vengono addirittura descritte come fondazioni di diritto privato. Questo fatto logicamente influirà in maniera pesante e del tutto negativa sull’autonomia e l’indipendenza degli Atenei. Il rischio è di innescare un ciclo di crisi senza precedenti. Le Università, per far fronte ai tagli, dovranno immediatamente alzare le tasse d’iscrizione. Nonostante questo far quadrare i conti nei tre anni successivi sarà sempre più difficile. Ci sarà il rischio che gli Atenei non riescano a pagare gli stipendi ai pochi dipendenti che si saranno salvati dall’obbligata riduzione del personale. Una domanda viene spontanea, che futuro aspetta noi studenti? Potremo ancora avere tutti garantito il nostro Diritto allo studio o tornerà ad essere un privilegio elitario? Le premesse non sono un granché.